Paesi emergenti, quando il Pil non risolve tutto

Un caso-scuola è quello dei “Bric”, cioè le quattro grandi potenze emergenti: Brasile, Russia, India e Cina. L’inventore di questa sigla fu Jim O’Neill, numero uno di Goldman Sachs asset management (un gruppo poi protagonista della crisi finanziaria), che nel 2001 prese coscienza prima di altri che l’auspicato da alcuni “secolo americano” non sarebbe stato nient’altro che il secolo multipolare dei nuovi colossi economici e demografici, ora sulla bocca di tutti.

La formula di O’Neill funzionò accendendo i riflettori su quei paesi, stimolando l’attenzione della Borsa e degli investitori e avendo un successo anche politico: effettivamente i leader dei quattro paesi si riunirono, nel 2009 e nel 2010, in questo ristretto club per discutere dei problemi globali e per fare da contraltare ai summit sempre meno credibili del G8. Questi incontri segnano una stagione di politica internazionale segnata da una girandola di vertici e controvertici, di sigle sempre nuove: per affrontare la crisi economica bisognava affidarsi al G20, mentre si prende atto che in fondo l’unica asse credibile per governare i rapporti internazionali è quello tra Stati Uniti e Cina.

In realtà  in crisi irreversibile sembrano essere gli organismi economici globali, come per esempio il Wto. Pochissimi pensano a formule che sappiano incontrare i governi con il mondo delle ong, della partecipazione popolare, delle nuove forme di economia quali il microcredito e la microfinanza.

In queste settimane, mentre si discute se includere nei Bric anche il Sudafrica (partner strategico manco a dirlo della Cina), un nuovo termine è stato coniato dallo stesso O’Neill, quello di Mikt cioè Messico, Indonesia, Corea del Sud e Turchia: altri quattro stati da tenere sotto occhio. Ma neppure questo gruppo sembra bastare: come si fa a dimenticare la dinamicità  del Vietnam, della Malaysia oppure, cambiando emisfero, del Cile? E dove mettiamo alcuni paesi africani, in primis la Nigeria (che da sola fra pochi anni dovrebbe rappresentare il 20% dell’intera popolazione del continente) che potrebbe in breve tempo superare l’Italia come appetibilità  economica?

Si potrebbe andare avanti a lungo con questi elenchi, visto che va di moda, ma rischieremmo di non finire mai. Sicuramente in queste analisi ci sono chiari fondamenti economici basati per lo più sul tasso annuo di crescita, sui volumi degli scambi commerciali e sugli indici di borsa, ma anche sul numero degli abitanti che dovrebbe essere superiore a una certa soglia (intorno ai 100 milioni) necessaria per avere un’adeguata massa critica sia a livello dei consumi sia a livello della produzione.

Alcuni dati parlano chiaro: nell’ultimo anno l’indice azionario delle borse dei paesi emergenti è cresciuto del 18% (quello dei paesi più industrializzati dell’11%), l’India nel 2010 ha aumentato il Pil di quasi il 9%, l’Indonesia, la Turchia e la Corea del Sud sono cresciute cerca del 6%, mentre l’economia messicana vale 1.050 miliardi di dollari, metà  di quella dell’Italia. Come si coglie subito vengono sempre utilizzati parametri economicistici secondo l’idea, ancora diffusa tra gli addetti ai lavori, che il mercato e il capitalismo alla fine risolveranno tutto.

Altri parametri però, come i vari indici di sviluppo umano, ci parlano di una realtà  diversa proprio in quei paesi esaltati come motori dell’economia, in primis India e Cina che sono in ritardo rispetto all’alfabetizzazione della popolazione, alla costruzione di un sistema sanitario adeguato (con il conseguente aumento dell’aspettativa di vita), alla tutela dei diritti dei lavoratori e degli individui, alla questione ambientale. La tensione sociale che serpeggia in questi paesi non può essere sottovalutata: il caso del Messico è emblematico. Il paese cresce economicamente a livelli molto elevati, attira investimenti stranieri soprattutto americani ma vive una drammatica emergenza dovuta alla presenza dei cartelli dei narcotrafficanti: la criminalità  e la militarizzazione del territorio sono una costante che penalizza un reale sviluppo umano. Insomma, occorre guardare oltre gli acronimi, anche oltre il Pil.



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