Non si fermano i tassi sui bond italiani la speculazione può metterci nel mirino

ROMA – A gennaio nella zona della moneta unica saranno emessi titoli di Stato per 80 miliardi di euro. Nell’arco del 2011, i governi tenteranno di collocare sul mercato oltre 1.500 miliardi di euro in titoli. Ci riusciranno? E a quali tassi di interesse? Nell’equazione è entrata una ulteriore incognita: l’inflazione che, a dicembre, su base annua, è arrivata, nei paesi dell’euro, al 2,2 per cento. Se, nei prossimi mesi, il ritmo d’aumento dei prezzi – spinto dal petrolio e dalle materie prime – non rallenterà , la spinta ad un rialzo dei tassi, che raffreddi l’inflazione, diventerà  molto forte. Ma questo renderà  ancora più complicate le crisi del debito di molti paesi.
Negli ultimi mesi, l’attenzione si è concentrata sugli spread dei titoli di Stato dei singoli paesi, cioè sulla differenza fra il rendimento che paga il Bund tedesco e quelli che sono obbligati a sostenere paesi più deboli della Germania. Il problema, nota Mark Riddell di M&G Investments, è che anche i rendimenti del Bund sono saliti, anche prima che apparisse lo spettro dell’inflazione. A fine agosto il tasso sul Bund era del 2,1 per cento. Oggi è del 2,95 per cento. Per i paesi più deboli, questo significa che il costo del debito si è appesantito, non solo per l’aumento dello spread, ma per il rincaro dei tassi tedeschi. L’Italia, ad esempio, (lo spread sul Bund, ieri, era a 1,73 punti) deve offrire un rendimento non troppo lontano dal 5 per cento ai suoi investitori: se il Bund non fosse rincarato, il tasso sui Btp sarebbe largamente inferiore al 4 per cento. Per la Spagna, siamo quasi al 5,5 per cento, invece del 4,6. Questo ha conseguenze pesanti sul rapporto debito/Pil, il più guardato dai mercati, e sulla sua sostenibilità . Per ridurre il rapporto debito/Pil, infatti, non basta che i tagli alla finanza pubblica portino il bilancio in pareggio. Occorre anche che il ritmo d’aumento del Pil nominale (compresa, cioè, l’inflazione) sia superiore al tasso di interesse sul debito, altrimenti il debito aumenta. Nel caso italiano, occorrerebbe che il Pil nominale aumentasse del 4-5 per cento, cioè del 2-3 per cento in termini reali, molto al di sopra delle previsioni. Ancora più vero per la Spagna, che rischia, al contrario, la recessione.
L’esperienza di questi mesi dimostra, però, che mercati isterici non hanno il sangue freddo necessario per distinguere fra sostenibilità  a breve e a lungo termine. E l’assalto potrebbe partire comunque. Siamo in grado di prevederlo? Forse sì. L’americano Center for Geoeconomic Studies ha identificato una sorta di soglia del panico. Riguarda non i titoli di Stato, ma i credit default swaps, i derivati con cui ci si assicura contro la bancarotta di un paese. Quando cominciano ad essere necessari più di 300 mila dollari, per assicurarsi contro la perdita di 10 milioni di dollari in titoli di un paese (cioè quando la quotazione del Cds supera quota 300) scatta la fuga dei capitali. E’ quanto si è puntualmente verificato in Irlanda nella primavera del 2009 e, poi, questo autunno ed è quanto si starebbe verificando in Spagna, il cui Cds è recentemente arrivato a 343 punti. E l’Italia? Per ora, è sotto la soglia di pericolo: 237 punti. Però, l’abbiamo sfiorata, fra novembre e dicembre, quando il Cds italiano è arrivato a 275.


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