Legittimo impedimento. La Consulta verso l’incostituzionalità 

ROMA – È oggi il gran giorno. Nelle mani della Consulta l’ennesimo scudo per evitare che il Cavaliere si sobbarchi allo stillicidio delle udienze dei casi Mills, Mediaset, Mediatrade. Su cui un primo segnale negativo è già  arrivato. La Corte ha ammesso il referendum abrogativo proposto da Antonio Di Pietro. Che esulta: «La resa dei conti per Silvio Berlusconi si avvicina inevitabilmente e inesorabilmente. Così dev’essere, perché siamo tutti uguali davanti alla legge». Il costituzionalista Alessandro Pace, che ha sostenuto le ragioni dell’Idv in camera di consiglio per sottoporre la legge al giudizio popolare, non ha dubbi: «Va cancellata perché va contro la Carta. Il legittimo impedimento ordinario è più che sufficiente».
Questo è il quesito per i giudici. I 15 entrano in camera di consiglio alle 9 e 30. Palazzo off limits per la stampa in tutti e cinque i piani. In strada i supporter del no raccolti nel Popolo viola. Attesa per il verdetto che, dicono i bene informati, potrebbe uscire a metà  pomeriggio. Reso pubblico a tutti con un comunicato, come avvenne per i lodi Schifani e Alfano. Rinvii? Ieri sera erano esclusi. Conclusione? Una débacle per la legge. Una pronuncia di piena incostituzionalità . Norma nel cestino. Processi che riprendono a Milano dal giorno dopo. Decisione di stretta misura. Otto a sette. Al massimo nove a sei, proprio come finì per lo scudo Alfano.
In alternativa, una soluzione definita «altrettanto severa» nei confronti della legge. Una tagliola che dichiarerebbe incostituzionali, e quindi da espungere, tutti i passaggi che riguardano la “protezione” degli impegni del premier, «le attività  preparatorie e consequenziali, nonché co-essenziali alle funzioni di governo». Via anche il carattere «continuativo» degli appuntamenti istituzionali, che tornerebbero a essere quello che sono per i normali cittadini, singoli incontri e meeting. Via anche il certificato della presidenza del Consiglio.
Neppure presa in considerazione una sentenza interpretativa di rigetto, cioè la bocciatura dei ricorsi di Milano con il “contentino” di salvare la legge, interpretarla, e dire che il giudice non deve rinunciare al suo potere di sindacato sull’inderogabilità  degli impegni presentati. «Non esiste e non è mai esistita» dicono fonti qualificate della Corte. Anche se da più parti è stata sollecitata come una possibile mediazione.
Dopo la spaccatura per l’elezione del presidente Ugo De Siervo (un mese fa e finita otto a sette), giudici di sinistra contro giudici di destra, oggi si torna a far la conta sul legittimo impedimento. Dice la medesima fonte: «È un fatto, siamo divisi, la decisione sarà  comunque presa a maggioranza, e qualcuno ci resterà  male o si sentirà  frustrato, ma questo non ci preoccupa, l’importante è che essa sia chiara, comprensibile, e non lasci adito a dubbi».
Ancora ieri sera i colloqui tra le alte toghe erano in pieno svolgimento: tra chi ritiene la legge del tutto o in grossa parte incostituzionale (lo stesso De Siervo, il relatore Cassese, Criscuolo, Gallo, Lattanzi, Silvestri, Tesauro, Maddalena), e chi vorrebbe a tutti i costi salvarla. Per certo Mazzella e Napolitano, i due giudici della cena con Berlusconi, Alfano e Letta. E poi Frigo, Saulle, Quaranta, con cui potrebbero alla fine schierarsi anche Finocchiaro e Grossi. La Corte si divide tra chi, nel primo gruppo, chiede una pronuncia squisitamente giuridica e mette in secondo piano gli inevitabili effetti politici, addirittura il rischio di elezioni. E chi, all’opposto, enfatizza le possibili conseguenze, quasi che la Consulta dovesse farsi carico degli equilibri della legislatura. Se prevarrà  l’incostituzionalità  piena, allora avranno vinto i puristi dell’interpretazione legislativa che non piega l’irreprensibilità  delle norme alle esigenze sovrane della politica. Se prevarrà  quella parziale sarà  scritto nelle righe del comunicato il peso del compromesso.

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Dalla Corte via libera a altri quattro quesiti oltre allo scudo anche acqua e nucleare     


ROMA – In primavera, in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno, gli italiani andranno a votare, per certo, su tre referendum, due sull’acqua pubblica e uno sulle centrali nucleari. Sul quarto, il legittimo impedimento, tutto dipende da cosa decide oggi la Consulta. Antonio Di Pietro esulta pochi minuti dopo che la Corte a metà  pomeriggio, con uno stringatissimo comunicato e dopo un paio d’ore di camera di consiglio, ha deciso che quattro referendum su sei sono «ammissibili». Dice Di Pietro: «No alla privatizzazione dell’acqua, no alle centrali nucleari, e soprattutto no ai furbi che si mettono in politica per non farsi processare. In questo modo i cittadini possono ridisegnare un nuovo volto dell’Italia». Ribatte a ruota il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto: «Quella referendaria è una battaglia di retroguardia, frutto di una cultura che non ha ancora fatto i conti con la modernità ».
Fatto sta che gli alti giudici hanno considerato, e ammesso, i quattro referendum escludendone solo due ritenuti marginali e dal quesito non chiaro, proprio perché hanno valutato la materia assai rilevante per un giudizio popolare. Ecco, allora, che passano due dei quattro referendum sulla privatizzazione dell’acqua proposti dal Comitato “Sìacquapubblica”, che raccoglie giuristi del calibro di Franzo Grande Stevens, Stefano Rodotà , Gaetano Azzariti. Escluso invece quello del leader dell’Idv sulla stessa materia che però dichiara subito di riconoscersi nei due del Comitato. Gli italiani si esprimeranno sulle «modalità  di affidamento e di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica» e sulla fissazione delle tariffe del servizio idrico in base «all’adeguata remunerazione del capitale investito». Poi le centrali nucleari su cui Di Pietro chiede che gli italiani dicano chiaramente se le vogliono oppure no.


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