«Ben Ali, un poliziotto utile alla Francia»

PARIGI. La Tunisia ha concluso vari accordi con l’Unione europea, che stava negoziando con il regime di Ben Ali il riconoscimento di «statuto avanzato» di partership. La Tunisia è stato il primo paese della costa sud del Mediterraneo a concludere un accordo di «associazione euro-mediterraneo» con Bruxelles e nel 2004, assieme al Marocco, la prima a entrare nel nuovo dispositivo di «politica europea di vicinato» promossa dalla Ue in concomitanza con l’allargamento a est.
La Francia è il primo investitore in Tunisia, se si esclude l’energia (139 milioni di euro nel 2009). 1250 imprese francesi lavorano in Tunisia, dalle banche alla telecom, passando per il turismo, l’industria e la distribuzione. Più di un milione di turisti francesi va ogni anno in vacanza in Tunisia, e alcuni pensionati vi trascorrono tutto l’inverno (costa meno che pagare il riscaldamento a Parigi). Malgrado questi stretti legami – o forse proprio a causa di essi – la Francia non sembra essersi accorta dell’improvviso cambiamento in corso: martedì 11 gennaio, tre giorni prima della fuga di Ben Ali, la ministra degli esteri, Michèle Alliot-Marie, ha proposto al regime un aiuto poliziesco, dopo che molti ministri avevano fatto dichiarazioni prudenti. Come si spiega questa reazione? Lo chiediamo a Vincent Geisser, dell’Università  di Aix, autore, assieme a Michel Camau, di Syndrome autoritaire. Politique en Tunisie de Bourguiba à  Ben Ali (Presses de Sciences Po, 2003).
«Ci sono stati degli avvertimenti, provenienti da ricercatori. Ma nessuno ha voluto ascoltarci, perché Ben Ali era considerato utile. Il regime dittatoriale veniva considerato utile contro il terrorismo, l’islamismo e l’immigrazione clandestina. L’appoggio a Ben Ali ha ragioni puramente ideologiche. La Tunisia era consideratta la vetrina del mondo arabo, come una nuova Andalusia. Aveva buone relazioni con Israle, anche se non ufficiali. C’era l’immagine mitica della dolce Tunisia, che, pur essendo una dittatura, era presa a modello economico per il mondo arabo, un dragone dell’Africa. Gli specialisti e i diplomatici avevano lanciato avvertimenti. Da due-tre anni, gli Usa criticavano il regime. Ma la Francia e l’Italia hanno sostenuto fino all’ultimo Ben Ali».
Ma non sono proprio le condizioni economiche, tanto esaltate in Francia e Italia, ad essere all’origine della rivoluzione contro Ben Ali?
La Tunisia non ha petrolio né risorse naturali, ma ha molte imprese, piccole e medie. Non è un grande compratore di armi. Ma ha goduto del mito della performance economica, era considerata unbuon allievo dall’Fmi e dalla Banca mondiale. Ha stabilito una buona cooperazione con l’Ue, applicava bene il liberismo economico. Ha dominato una visione ideologica, basata su una valutazione macroeconomica. Nessuno ha tenuto conto che le privatizzazioni significavano aumento della disoccupazione, calo degli occupati nella funzione pubblica, che i diplomati con 3-5 anni di università  non trovavano lavoro. Da un lato, la Ue ha ignorato i disequilibri interni e dall’altro nessuno ha individuato che le cifre fornite dalla Tunisia tra il ’95 e il 2000 erano false.
Come la Grecia?
Un caso simile. Nessuno ha voluto vedere. In più, c’era il sostegno alla politica securitaria di Ben Ali, un poliziotto, certo, ma utile. Non ci si è resi conto delle frustazioni crescenti della popolazione.
Ben Ali era sostenuto anche come difesa contro l’islamismo. Come vede questo aspetto?
C’è stata una grande rivolta sociale in cui gli islamisti non hanno svolto nessun ruolo. Vi hanno partecipato tutte le classi sociali. Nel paese esiste un’élite che può gestire la transizione. È il paradosso tunisino, che ha represso l’opposizione ma non ha impedito la coscienza politica. Quello di Ben Ali era un regime autoritario, non totalitario. E poi gli islamisti in campo hanno un profilo ideologico sul modello turco, non radicale.
La rivoluzione tunisina può diventare un modello nel mondo arabo?
Non è sicuro. In Tunisia, l’esercito è neutrale, perché non c’è petrolio, non è legato al business come in Algeria. In Egitto, controlla delle società , mentre in Tunisia i soldati sono solo funzionari. In Libia c’è una dittatura totalitaria, ci sono meno quadri superiori, meno diplomati e il rischio è una rivolta violenta. In Egitto e in Algeria gli islamisti sono molto presenti.


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