L’ultima rivolta degli indiani d’America

 

WASHINGTON. Fu il «cavallo di ferro» a distruggere l’America degli indiani nativi centocinquant’anni or sono. Sarà  il «sangue nero» a devastare domani i resti della loro casa, le Grandi Praterie. Il progetto Keystone, «chiave di volta», il nuovo oleodotto che dovrebbe pompare il petrolio spremuto dalle sabbie bituminose del Canada per portarlo fino al Golfo del Messico taglierà  da nord a sud le pianure e i falsopiani del West, come nel 1865 le rotaie della Union Pacific tagliarono da Est a Ovest, dall’Atlantico al Pacifico, il cuore del continente.
Sarà  un fiume di greggio lungo quasi tremila chilometri, un fiume artificiale lungo un corso parallelo al grande fiume naturale e padre della fertilità  americana, il Mississippi, che neppure la resistenza delle nazioni e tribù del Grande Nord che hanno lanciato un movimento per impedirne la costruzione riuscirà  a fermare. Come la fame di terra nella nuova nazione bianca divorò le Grandi Pianure penetrandole con locomotive e rotaie, così la sete insaziabile di petrolio non permetterà  opposizioni. La corsa all’Ovest, come la corsa alla pompa di benzina non si ferma.
Sono state le popolazioni native del Canada, le «Prime Nazioni» come si fanno chiamare, a denunciare questo progetto titanico, l’oleodotto capace di pompare quasi un milione di barili al giorno – 120 milioni di litri – dalle sabbie bituminose di Athabaska a Nord di Edmonton, fino ai terminali di Houston in Texas. Dallo stato di Alberta, nel Canada, dove questo immenso giacimento di fanghiglia bituminosa, il terzo per dimensioni al mondo, giace, la scoperta di questa nuova e micidiale ferita nel cuore del continente nazione ha oltrepassato il confine statunitense.
Seguendo il tracciato del progetto «Chiave di Volta», ha raggiunto il Montana, il Nebraska, il Kansas, i «granai» d’America, l’Oklahoma e il Texas, l’ultima tappa. Ha scosso agricoltori bianchi come consigli tribali di Lakota, Cheyenne, Shoshone, Pawnee, Cree, e di tutte le genti che ancora vivono aggrappate a quello che resta dei territori dove il bisonte, decimato dalle ferrovie e sterminato sistematicamente dai fucili dei cacciatori e dei soldati, correva. Per avvertire che, se le ferrovie annientarono i popoli, gli animali, la cultura della Grande Prateria, questa norme vena nera distruggerà  la terra sulla quale tutti ancora vivono.
È una battaglia che perderanno, come furono perduta le battaglie, la guerriglia e la guerra contro i baroni delle ferrovie che nel 1860 decisero, con l’appoggio del governo, di seguire il «Destino Manifesto» della razza bianca a dilagare nel Nuovo Mondo viaggiando in treno, anziché sui trabiccoli di legno e tela costruiti dal signor Studebaker per i pionieri. L’oleodotto ha il nulla osta del Dipartimento di Stato e della Segretaria Hillary Clinton, preoccupata per la dipendenza energetica dal greggio arabo e sudamericano.
Ha il sostegno del partito repubblicano, oggi maggioranza alla Camera, dove 40 deputati hanno già  firmato una petizione di appoggio, il partito che intonava i cori di «drill, baby, drill» al Congresso del 2008, per invitare John McCain e la sua vice Sarah Palin, governatrice di un’Alaska che sul petrolio esiste, a «trivellare, tesoro, trivellare» ovunque. E gode dell’approvazione schiacciante degli automobilisti con il serbatoio vuoto e i prezzi montanti ai distributori.
Il mito dell’«autosufficienza» in materia energetica è difficile da abbandonare, anche se ormai gli Stati Uniti dipendono dal resto del mondo per i due terzi di quanto bruciano. In questi anni di vacche magrissime, i 20 mila nuovi posti di lavoro promessi dal progetto fanno gola. «Il percorso sulla terraferma ci assicura che non potranno mai ripetersi catastrofi come quella nel Golfo», fa eco al presidente della TransCanada, la futura proprietaria del nuovo fiume nero, il capo del sindacato dei lavoratori degli oleodotti, William Hite. Dopotutto sono già  in funzione condotte di petrolio per 200 mila chilometri sul territorio americano e duemila in più o in meno che differenza potranno fare? «I nostri studi dimostrano che l’impatto ambientale sarà  trascurabile e minimo» informa la TransCanada.
Non trascurabile, né minimo, invece, per i primi figli di quelle terre né per coloro che comunque di quella terra vivono. «Keystone» attraverserà  i bacini acquiferi del Nebraska e del Montana, dai quali dipendono per vivere due milioni di persone. La falda acquifera è spesso di pochissimi metri sotto la crosta della terra coltivata e dunque più facilmente inquinabile in caso di rottura o incidenti.
Ma la sete di petrolio spaventa più della sete di acqua o delle «paturnie nostalgiche», dei consigli tribali, dei nativi del Grande Nord e della Pianure. Il «grande tubo nero» si farà , nonostante le opposizioni, le firme contrarie di 65 deputati democratici, le nenie degli sciamani, come furono fatte le ferrovie. Non vedremo film epici, come il «Cavallo di ferro» del 1924, di John Ford per descrivere la «ferocia dei selvaggi» contro gli innocenti passeggeri dei treni, perché l’ascia di guerra è sepolta per sempre. Come è sepolto lo spirito della Prateria, sotto traversine, asfalto e presto tubi.


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