Il governo di Tunisi: “Arrestate Ben Ali”

Incalzato dalla popolazione che ne vorrebbe le dimissioni, il governo ad interim tunisino ha spiccato un mandato d’arresto internazionale – diramato su sua richiesta anche dall’Interpol – per acquisizione illegale di beni mobili e immobili e trasferimento illecito di valuta all’estero nei confronti del deposto presidente Zine al-Abidine Ben Ali, la moglie Leila Trabelsi e il cognato Benhassen, nonché altri otto membri del clan Trabelsi. E in un Paese dove, sotto i 23 anni di presidenza di Ben Ali, la classe dirigente non si era mai confrontata con i giornalisti, il ministro della Giustizia Lazhar Karoui Chebbi, un ex-avvocato che non ha fatto parte della precedente amministrazione ma che pure è stato alleato di Ben Ali, ha dato l’annuncio in conferenza stampa. Due tentativi di prendere le distanze dal precedente regime che però non hanno sedato le rivolte.
Quando il ministro è passato a sciorinare i numeri di oltre un mese di rivolte – 698 gli arresti per sabotaggio, aggressioni e saccheggi, 74 i detenuti morti il 15 gennaio all’indomani della fuga di Ben Ali durante l’evasione di massa dalla prigioni di Mhadia e durante l’incendio esploso nel carcere di Monastir, oltre 11mila gli evasi, etc. – la sua voce è stata sovrastata dal coro dei tunisini scesi in strada anche ieri. E mentre i giornalisti torchiavano Chebbi con domande sulla sua precedente amicizia con Ben Ali, i familiari dei prigionieri politici riuscivano persino a penetrare nell’edificio e ad assieparsi a fine conferenza attorno al ministro per chiedere il rilascio dei propri parenti.
Intanto un migliaio di tunisini è tornato sotto il palazzo del premier a interim, Mohamed Ghannouchi, a chiedere una purga dal “governo fantoccio” dei luogotenenti dell’ex tiranno, Ghannouchi compreso. Dopo giorni di relativa calma che proprio ieri avevano portato a ridurre il coprifuoco, la manifestazione è però sfociata in nuovi scontri: la polizia ha disperso con gas lacrimogeni i giovani che avevano ingaggiato una sassaiola. Hanno sfilato invece pacificamente gli almeno 50mila lavoratori che hanno aderito allo sciopero generale indetto a Sfax, secondo centro del Paese, dal più grande sindacato tunisino, l’Ugtt, che oggi tornerà  in piazza a Sidi Bouzid, la città  da dove il 18 dicembre partì la «rivolta del gelsomino». E sempre oggi dovrebbe venire annunciato il rimpasto del neonato ma già  inviso governo per sostituire i ministri dimissionari, cinque la scorsa settimana, ma probabilmente anche poltrone chiave come gli Interni, gli Esteri e la Difesa.


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