Il “capitale sociale della mafia” fatto di relazioni e connivenze

by Sergio Segio | 31 Gennaio 2011 18:16

MILANO – Nei territori in cui opera, anche la mafia ha un suo “capitale sociale” di relazioni e connivenze su cui può contare per prosperare e diffondersi. “Da Nord a Sud, c’è un area grigia in cui gli imprenditori, da vittime, diventano complici della mafia”. Lo ha detto Rocco Sciarrone, sociologo dell’università  di Torino, anticipando i contenuti di un rapporto in uscita ad aprile per Donzelli Editore, in occasione dell’incontro di studi “Mafie e società  civile… Mafie nella società  civile” organizzato oggi al Palazzo di Giustizia di Milano dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Scopo dell’incontro, dedicato in particolare ai magistrati della Corte d’appello del capoluogo lombardo, era porre l’attenzione sul fatto che la proliferazione della mafia si accompagna alla diffusione di “comportamenti di agevolazione, apparentemente neutri, provenienti da settori anche importanti della società  civile, come medici, avvocati, direttori di banca, commercialisti, funzionari amministrativi, esponenti politici e financo religiosi”, si legge nella presentazione dell’incontro. Tutti soggetti che, in modo occasionale o sistematico, possono “contribuire in modo comunque decisivo all’affermazione e alla permanenza in vita del fenomeno mafioso”, di cui vanno a formare il cosiddetto “capitale sociale”, una rete di relazioni che consente al mafioso di “dialogare in modo proficuo con il contesto economico e sociale in cui egio agisce, traendo ulteriore vantaggio dalla sua posizione di intrinseca forza e assumendo la falsa veste di un comune operatore del mercato”.

Rocco Sciarrone, in particolare, si è soffermato sul rapporto tra mafia e imprenditoria. “In alcuni casi si dice che nelle zone di mafia ci sia poco capitale sociale, ma non è così -spiega il sociologo-: il problema non è se il capitale sociale ci sia o no, ma la sua allocazione, che nelle zone di mafia finisce nelle mani sbagliate e favorisce processi di cooperazione tra mafia e imprenditoria”. In particolare, sottolinea Sciarrone, “il rapporto tra mafiosi e imprenditori non è a senso unico, ma si sviluppa in un quadro di vincoli e opportunità  in cui, anche da parte degli imprenditori c’è un calcolo per valutare i benefici e i costi/opportunità  di fare affari con la mafia”. In particolare, dall’analisi condotta da Sciarrone sulla rete di collaborazione tra mafia e imprenditoria in Calabria, Campania e Sicilia, emergono due atteggiamenti degli imprenditori nei confronti della mafia (cooperazione attiva o passiva) e, a seconda del rapporto instaurato con la malavita, diversi tipi di imprenditori (subordinati, collusi, mafiosi), che corrispondono a casi reali.

“Un caso reale di imprenditore colluso, cioè quello che attua una cooperazione attiva per trovare un accordo con la mafia, è stato quello di un’azienda che, per i lavori di ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, ha inviato degli emissari per contattare le cosche e negoziare i termini dell’accordo per realizzare il lavoro, decidendo anche gli importi delle tangenti. Tutte mosse dai costi contabilizzati, ovviamente in nero”, spiega Sciarrone. E, in alcune zone o settori, la pratica collusiva può diventare addirittura un modello di successo: “Nella piana di Gioia Tauro, alcuni misurano l’abilità  degli imprenditori in base alla loro capacità  di negoziare il pizzo con la mafia”, spiega Sciarrone. Da queste aree grigie in cui si muovono le aziende, oscillanti tra l’essere vittime o complici del sistema malavitoso, “la mafia trae la sua forza”, dice il sociologo, per intessere relazioni e fare affari che sono sempre più compenetrati in attività  economiche formalmente legali, sempre più lontane dalle attività  “tradizionali” dell’economia della malavita quali il traffico di armi e di droga. (ar)

 

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