Così Bruno Trentin difese il contratto

Ho letto con sorpresa il commento di Marco Simoni sul contratto e la lezione di Trentin. La sua riflessione sull’accordo del 1992 tralascia tutto quanto lo stesso Trentin spiegò sulla firma seguita da dimissioni. Non c’era solo il venir meno al mandato ricevuto. Trentin sostenne in quella trattativa che era possibile concordare un’alternativa (come avvenne con Ciampi nel ‘93) alla cancellazione della scala mobile. Ma si trovò ostacolato in Cgil da quello che chiamò «male oscuro» (le correnti di origine politica) e dall’atteggiamento di Amato. Firmò per impedire la minacciata crisi di governo, per salvare l’unità  sindacale, per salvare il Paese. E aggiunse in un’intervista al sottoscritto il 6 agosto del 1992: «Non è certamente un buon accordo. Il governo, nella trattativa, si è dimostrato, a mio parere, ancora prigioniero di una vecchia cultura politica e, da questo punto di vista, assolutamente al di sotto delle grandi responsabilità  che ha in una fase cosi drammatica come quella che attraversa il Paese. Ho visto prevalere molta furbizia e poco coraggio. Soprattutto di fronte a quelle scelte che sarebbero state risolutive per il risanamento dell’economia ed anche per una sia pur lenta ripresa dello sviluppo…. Noi avevamo, in sostanza, dimostrato di essere disponibili anche ad una politica di estremo rigore nel governo dell’economia, nella crescita dei redditi e quindi anche delle retribuzioni. Ma doveva venire, al tempo stesso, salvaguardato il sistema dei diritti individuali e collettivi costruito dal movimento sindacale in questi anni. E. così si poteva davvero gettare le basi, con una prima intesa di questo genere, di un nuovo patto sociale. Esso poteva sancire il contributo di tutti per uscire dalla crisi. Il contributo di tutti per rimediare alla situazione drammatica dell’economia di cui— e bene ricordarlo — governi passati e gli imprenditori conniventi portano intera la tremenda responsabilità …. Amato non ha potuto e voluto imporre alla Confindustria il rispetto delle regole pattizie, il rispetto dei contratti di lavoro, il rispetto dei diritti acquisiti in trenta anni di contrattazione collettiva. Anzi, ha finito per recepire sotto dettatura il tentativo di vendetta politica della Confindustria. Quello volto a ridimensionare la contrattazione articolata nei prossimi due anni». Quanto poi all’accusa (a Trentin) di aver contribuito a raggiungere un anno dopo, nel 1993, un accordo (su due livelli di contrattazione) che avrebbe portato al deperimento salariale, segnalo quanto ebbe a dire nel 2004 sempre Trentin in una intervista a Repubblica a proposito del fatto che l’inflazione programmata alla base dei rinnovi contrattuali era molto distante da quella reale: «Nessuno dovrebbe mai considerare l’inflazione programmata un diktat inconfutabile. Se le organizzazioni sindacali ritengono che l’ inflazione prevista sia molto distante da quella reale hanno tutto il diritto di metterla in discussione prima di avviare le trattative. Il fatto che la Confindustria o il governo non abbiano rispettato le regole previste dagli accordi del ‘ 93 non significa che il sistema sia sbagliato. Significa piuttosto che non viene applicato. Gli accordi prevedevano ogni anno in primavera un confronto sindacale sull’ inflazione programmata in modo che prima della definizione del documento di programmazione economica del governo si trovasse un’ intesa sulle previsioni dell’ inflazione. Questo non accade da tempo. E ha la conseguenza paradossale che anche in presenza di un’ inflazione bassa, come quella degli ultimi anni, la distanza tra le previsioni e la realtà  continua ad essere notevole”. Riporto tali argomentazioni per difendere la dignità  di Bruno Trentin. Trovo insopportabile che, per difendere la tesi attuale della Confindustria sul necessario superamento del contratto nazionale, si usi il suo nome. Semmai si potrebbero ricordare la sua elaborazione, nel lavoro per i Democratici di sinistra di Piero Fassino, sulla necessaria riforma del contratto nazionale («non è ozioso quindi riflettere ad un nuovo tipo di contratto di lavoro che possa coinvolgere nei suoi principi fondamentali tutte le forme di lavoro subordinato o eterodiretto e tutta la giungla di contratti che prospera»).


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