Centomila dollari per colpire i nemici così Bin Laden paga i suoi killer

Lo avevano poi ribadito il 22 dicembre, sempre dal sedicente ministero della Guerra dello “Stato islamico iracheno”, con una email inviata direttamente all’arcivescovo di Krikuk: «Pagherete un prezzo altissimo». Detto, fatto: con brutalità  qaedista; promessa mantenuta.
Le 21 vittime dell’attentato davanti alla chiesa copta ad Alessandria d’Egitto sono l’ultimo, sanguinoso prezzo fatto pagare dal jihadismo che si richiama ad Al Qaeda ai cristiani del Medio Oriente. Una comunità  che numericamente si va assottigliando sempre più, dove per chi resta l’insicurezza è diventata compagna quotidiana. Soprattutto in Iraq: dove i suoi 400mila cristiani (erano 800mila solo nel 2003) hanno trascorso un Natale senza veglie, né rintocchi di campane per la paura di altre carneficine come quella del 31 ottobre, quando nella basilica siro-cattolica di Bagdad i terroristi fecero 44 morti. Tappati in casa e con le chiese pattugliate dalle forze di sicurezza garantite dal neogoverno Al Maliki, nella terra in cui il I secolo dopo Cristo arrivarono le prediche di San Tommaso le festività  sono trascorse senza stragi, se si escludono i 14 attacchi dinamitardi (solo uno letale) contro abitazioni di fedeli cristiani. Diversamente da Bagdad, a Il Cairo non avevano forse dato il giusto peso alle minacce di Al Qaeda e al richiamo che potevano avere tra le frange dell’estremismo del Paese. Testimoni hanno raccontato che di fronte alla Chiesa dei Santi la sicurezza era pressoché assente. Eppure, al di là  delle minacce, segnali di tensione tra le comunità  copta e musulmana non mancavano. Solo poche settimane fa due fedeli copti erano stati uccisi a Giza e nel sud erano scoppiati violenti attacchi contro case e chiese in seguito alla scoperta di un amore tra un ragazzo copto e una giovane islamica.
Intanto, dai dispacci militari americani pubblicati da WikiLeaks e ripresi dall’Ansa, è emerso un vero e proprio tariffario delle reclute del jihadismo. Stando a un dispaccio inviato dall’Afghansitan il 16 agosto 2006 Osama bin Laden s’incontrava coi vertici dell’organizzazione, Mullah Omar compreso, «una volta al mese» per pianificare gli attacchi dei kamikaze, che all’epoca ricevevano dai 50.000 ai 100.000 dollari. Ma il «salario ordinario» poteva arrivare fino a «un milione di dollari» in caso di obiettivi difficili, come successe «all’attentatore che doveva uccidere Dostum (Abdul Rashid Dostum, signore della guerra uzbeko del Nord, ndr) a marzo 2006». Secondo un esperto di Ied, gli ordigni esplosivi artigianali che continuano a fare vittime tra le truppe Isaf, c’era chi poteva ricevere persino in regalo una donna in moglie dal capo di Al Qaeda in persona.
Le retribuzioni sono in linea con quelle offerte in passato da Saddam Hussein, che in tutto sborsò 10 milioni di dollari per finanziare le famiglie dei militanti palestinesi uccisi, e da Hezbollah, che secondo fonti israeliane nel 2005 aumentò da 25.000 a 100.000 dollari la ricompensa per un attentato suicida.
Non a caso nei documenti si parlò di attentato «a basso costo» quando, il 17 settembre 2009, a Kabul sei paracadutisti della Folgore vennero uccisi in un attacco che causò la morte di 20 civili. All’epoca il tariffario del soldato semplice Taliban era di 300-600 dollari al mese, che corrispondeva circa a quel che nel 2004, secondo i file di WikiLeaks, prendevano i membri dell’esercito del Mahdi per combattere in Iraq del Sud: quindi presumibilmente anche a Nassiriya contro gli italiani. Se e quanto sia costato il kamikaze di ieri di Alessandria d’Egitto, per ora, certo non è dato da sapere.


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