L’Iraq partorisce mezzo governo

Ieri, con un ritardo di un giorno sull’agenda parlamentare e di nove mesi rispetto alle elezioni che si erano svolte a marzo, il premier iracheno Nuri al Maliki ha annunciato il nuovo governo iracheno di «consenso nazionale» formato da ben 42 ministri, tredici dei quali tuttavia mancano ancora all’appello. Nonostante le intense trattative che dovevano tenere conto delle differenze confessionali, politiche, etniche e le sponsorizzazioni regionali (di Iran, Arabia saudita e Siria), Nuri al Maliki non è ancora riuscito a sciogliere i nodi principali e ha deciso di tenere per sé (ad interim) i dicasteri della difesa e dell’interno. Se questi sono centri di potere che contano soprattutto a livello regionale e per il controllo dei futuri rapporti con gli Stati uniti e la loro presenza in Iraq, la comunità  internazionale era soprattutto interessata a vedere chi avrebbe assunto il controllo del ministero del petrolio e quindi dovrà  garantire, insieme al governo, gli appalti per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi già  assegnati, uno dei quali all’Eni. Il ministro uscente Hussayn Shahristani è stato promosso a vice premier con l’incarico di seguire il settore energetico mentre il suo vice Abd al Karim Luwaybi assume la carica di ministro, in piena continuità  con la gestione precedente. L’obiettivo sarà  quello di portare l’Iraq alla produzione giornaliera di 12 milioni di barili conto i 2,5 attuali, una sfida diretta all’Arabia saudita. Anche se sulla partita pende ancora l’incognita della legge sul petrolio che il parlamento nella scorsa legislatura non è riuscito ad approvare per le forti divergenze tra i partiti.
Nuri al Maliki per ottenere l’appoggio e la partecipazione al governo del suo maggiore rivale, Iyyad Allawi, vincitore sebbene di misura delle elezioni di marzo con la lista laica al Iraqiya e forte dell’appoggio sia dagli Stati uniti che dall’Arabia saudita, ha dovuto accettare la creazione di un nuovo superministero, il Consiglio nazionale di strategia politica. L’organismo, che dovrebbe garantire una supervisione sui problemi della sicurezza, tema ancora centrale nell’Iraq del dopo-Saddam, è presieduto proprio da Iyyad Allawi che ha vinto anche la partita per lo sdoganamento di Saleh al Mutlak, sunnita bollato come «baathista» e per questo escluso da cariche amministrative. Dopo lo sdoganamento al Mutlak è andato ad arricchire la lunga lista dei vicepremier. Ad un altro sunnita, Rafie Issawi, nominato ministro delle finanze, spetta l’arduo compito di varare un bilancio dello stato.
Conferme invece nel campo kurdo oltre che per il presidente Jalal Talabani anche per il ministro degli esteri Hoshiyar Zebari.
La seduta parlamentare di ieri che ha approvato per alzata di mano i nuovi ministri – i contrari e gli astenuti non sono nemmeno stati contati – è stata relativamente tranquilla, forse perché molti dei nuovi ministri, stando almeno alle accuse del portavoce del leader sciita radicale Muqtada al Sadr, erano assolutamente sconosciuti. O forse perché dopo tanti scontri ha prevalso lo sfinimento. Ma da oggi il nuovo governo dovrà  affrontare molte sfide e non sarà  facile per una compagine sicuramente poco coesa e che tenderà  a far prevalere le priorità  della propria componente. A non illudersi è lo stesso al Maliki che al di là  della retorica ha ammesso: «Non posso dire che questo governo, con tutte le sue anime, soddisfi le aspirazioni dei cittadini né quelle dei blocchi politici, perché è stato creato in circostante straordinarie».
Se non sono bastati nove mesi per creare un governo decente basteranno i prossimi cinque anni per migliorare le condizioni di vita degli iracheni?


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