Eni-Gazprom, l’asse che non serve all’Italia

ROMA – Il gas è il nodo attorno a cui si coagulano i dubbi e le perplessità  americane sui rapporti fra Berlusconi e Putin. Perché, si chiede Elizabeth Dibble, in un file che l’ambasciata a Roma manda alla Casa Bianca nel giugno del 2009, l’Italia «ha un atteggiamento ambivalente rispetto a progetti che aiuterebbero l’Europa a diversificare le sue importazioni di energia, mentre, contemporaneamente, appoggia progetti che aumentano la dipendenza energetica europea dalla Russia»?
Il file messo in rete da WikiLeaks si riferisce, senza citarlo, al gasdotto South Stream, un progetto congiunto Eni-Gazprom, che dovrebbe portare in Italia il gas russo, senza passare attraverso l’Ucraina, che tanti problemi ha creato negli anni scorsi. Proprio per questo, South Stream non è privo di senso economico. Ma il punto, che non sfugge probabilmente agli americani, è un altro: l’Italia potrebbe fare a meno di South Stream, Putin no.
In realtà , visto con gli occhi di oggi, anche il senso economico di South Stream è discutibile. Con il crollo delle importazioni negli Stati Uniti, che hanno scoperto imponenti riserve di shale gas, il metano è diventato, nel mondo, una risorsa relativamente abbondante e conveniente. Non solo. Il governo continua, infatti, a rinviare una scelta difficile e decisiva: quella fra gas e nucleare. Se tutti i progetti di importazione di gas (gasdotti, rigassificatori) andassero in porto, l’Italia avrebbe soddisfatto la sua fame di energia dei prossimi anni. Rendendo superfluo il nucleare. O viceversa. Se sia gasdotti e rigassificatori che centrali atomiche saranno realizzati, uno dei due sarà  fuori mercato. Considerando che, in Italia, gas significa Eni e nucleare significa Enel, si capisce l’esitazione del governo, ma la politica energetica, compreso South Stream, ne risulta scarsamente comprensibile.
Ancora due anni fa, tuttavia, il metano era una risorsa scarsa e preziosa. L’Italia avrebbe potuto, però, soddisfare il suo fabbisogno di energia puntando non su South Stream, ma su un gasdotto concorrente, estraneo al regno Gazprom: il Nabucco, caldeggiato dall’Unione europea e apertamente favorito dagli Stati Uniti. Il duello fra i due gasdotti è una guerra economica di quelle epiche. I gasdotti, infatti, sono investimenti pesanti. South Stream e Nabucco hanno, ognuno, un costo preventivato di 15 miliardi di dollari circa. I profitti attesi, e anche i rischi, sono commisurati all’entità  dell’investimento.
L’interesse americano, però, non è economico, ma strategico. Il Nabucco è l’arma che può contenere e limitare i sogni di egemonia energetica di Putin. Per capirlo, bisogna entrare nel labirinto del Grande Gioco del gas nell’Asia centrale. La Russia, con il 25% del totale, è, di gran lunga, il paese con le maggiori riserve di gas (shale escluso) al mondo. Ma non sono così facilmente disponibili. Oggi, il gas russo che circola in Europa proviene ancora dai grandi giacimenti sovietici della Siberia centrale. Quei giacimenti sono, però, in via di esaurimento. Le imponenti riserve rimaste ai russi sono, sempre più, quelle sotto i ghiacci dell’Artico, che Putin non ha né i soldi, né le tecnologie per estrarre, a meno di rivolgersi agli stranieri. Le tormentate vicende delle diverse joint-venture fra russi e grandi multinazionali per il gas dell’Artico confermano la riluttanza di Mosca ad imbarcarsi per una via che limiterebbe l’indipendenza di Gazprom: il colosso russo è infatti il braccio, cui Putin affida le rinnovate ambizioni di una politica di potenza, fondate sull’energia. Da dove viene, allora, il metano che Gazprom invia e invierà  in futuro, verso l’Europa? In misura crescente, lo compra in Asia centrale: in Turkmenistan, Kazakhstan, Azerbaijan, i paesi dell’antica orbita sovietica.
Putin ha bisogno di poter dire a questi paesi che l’unico modo di mandare il gas verso i ricchi consumatori europei è attraverso i tubi della Gazprom (come avviene oggi). E di dire all’Europa che l’unico modo di avere il gas dell’Asia centrale è attraverso i tubi della stessa Gazprom. Una sorta di doppio monopolio: all’acquisto e alla vendita. In questo scenario, il Nabucco è un colpo gravissimo. Il gasdotto europeo si rifornirebbe, infatti, dagli stessi paesi dell’Asia centrale che oggi alimentano il metano di Gazprom. E consentirebbe a Turkmenistan, Azerbaijan, Kazakhstan, da un lato, consumatori europei, dall’altro, di scegliere su quale strada far passare il gas da vendere e comprare, se attraverso Gazprom oppure no. In realtà , la posta in gioco è anche più alta. Nello scenario attuale, concorrenza è una parola troppo piccola. E’ più esatto parlare di sopravvivenza. Ci sono, infatti, forti dubbi, fra gli esperti, sulla capacità  dei giacimenti dell’Asia centrale di alimentare, allo stesso tempo, due gasdotti della portata di Nabucco e South Stream, in misura sufficiente a renderli remunerativi, rispetto all’investimento effettuato. E, contemporaneamente, ci sono forti dubbi anche sulla presenza di una domanda europea sufficiente ad assorbirne il flusso. In altre parole, forse non c’è abbastanza gas per riempirli tutt’e due e, se ci fosse, forse non c’è, allo sbocco, un consumo sufficiente per svuotarli. Il risultato è che non c’è spazio per tutt’e due: l’uno esclude l’altro. «Accrescere il flusso di gas russo che passa all’esterno dell’Ucraina – scrive la Dibble ad Obama – è una politica diversa da quella che cerca una effettiva diversità  di fonti, canali, tecnologie di energia». Ma la scelta di Berlusconi di andare avanti con South Stream, anziché con Nabucco, non riguarda solo la dipendenza o meno dal gas russo. Salvando South Stream, il presidente del Consiglio italiano ha, probabilmente, condannato Nabucco. Se avesse scelto Nabucco, sarebbe avvenuto il contrario. E’ questa la portata del favore di Berlusconi a Putin.


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