C’è vita a sinistra. Le parole per raccontare quel che resta di un’idea

La sconfitta della sinistra comunista, e le trasformazioni politiche ed economiche che sono seguite – la globalizzazione –, hanno reso il capitale più aggressivo (perché più esposto alla competizione), e hanno causato la crisi del compromesso socialdemocratico, cioè delle conquiste della sinistra riformista: i diritti sociali oggi sono visti come un costo e non come un valore. Ecco perché ha senso interrogarsi sulle prospettive di un’idea. Oggi il centro della società  è il mercato, l’impresa e le sue esigenze di sviluppo, l’individualismo aggressivo; la frantumazione del ceto medio creato dalle passate politiche di welfare è già  in atto, e la società  si polarizza tra pochi ricchi e molti poveri; anche le forme giuridiche dell’uguaglianza – la legalità , i diritti civili – sono minacciate dall’insicurezza e dalla paura, i nuovi messaggi biopolitici che vengono dallo Stato; la democrazia è sostituita dal populismo.
La sinistra deve quindi trovare la capacità  di criticare il presente, e ne deve nominare apertamente le contraddizioni; deve essere convinta che a un problema non c’è solo la soluzione proposta da chi detiene il potere, ma almeno un’altra, alternativa, che ha come finalità  l’emancipazione di chi non ha potere, e la liberazione delle sue capacità  di sviluppo autonomo, di vitale spontaneità  (e pertanto deve essere antiautoritaria e laica). Deve essere riconoscibile, cioè deve essere coerentemente “parte” – nel momento in cui la società  si frantuma in parti, anche se non coincidenti con le “classi” tradizionali –, e deve quindi entrare decisamente nei conflitti reali; ma deve anche farsi carico delle questioni generali di uguaglianza formale e sostanziale – pur mettendo in conto che i conflitti non potranno mai cessare. Deve produrre una nuova idea di società , una nuova “egemonia”, da contrapporre all’egemonia della destra. Ciò significa combattere la paura e la disuguaglianza con la legalità , la giustizia e la speranza; e lottare per un nuovo compromesso, molto meno squilibrato dell’attuale, oltre che meno burocratico che nel passato, tra economia e diritti di libertà , tra mercato e Stato, tra privato e pubblico.

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perché La libertà  è un valore sociale
ANTHONY GIDDENS


Nella politica di oggi la divisione tra sinistra e destra è assai meno netta che in passato, perché al capitalismo non si contrappone più un’alternativa socialista ben definita. Per di più, alcuni dei maggiori problemi che ci troviamo ad affrontare – ad esempio il cambiamento climatico, al centro di molti dibattiti contemporanei – trascendono la divisione classica tra sinistra e destra.
Eppure la distinzione ha ancora un senso. Essere di sinistra vuol dire avere a cuore alcuni valori essenziali; credere nell’importanza della solidarietà  sociale, dell’uguaglianza, della tutela dei più vulnerabili, e nella «libertà  sostanziale»: non solo quella economica, o la libertà  davanti alla legge, ma una libertà  reale per tutti i cittadini.
E significa anche attenersi a un certo quadro politico, in cui si conferisca grande importanza all’attivismo e alla capacità  di intervento dei governi, necessaria a controbilanciare la tendenza dei mercati incontrollati di produrre instabilità  economica e macroscopiche sperequazioni sociali, sostituendo ai valori sociali parametri puramente economici.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

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pensare L’uguaglianza come diritto culturale
GIANNI VATTIMO


La distinzione tra destra e sinistra è ancora ben viva e consiste, come sempre, nell’opposizione tra chi prende le differenze – di ricchezza, di salute, di forza, di capacità  – come differenze “naturali”, e parte di lì per costruire un progetto di sviluppo, proprio utilizzandole ed esasperandole; e chi invece vuole garantire una competizione non truccata, correggendo le differenze “di natura”. Di qui il darwinismo sociale che ha sempre caratterizzato la destra, fino al razzismo fascista; e quello che si può chiamare il “culturalismo” della sinistra, che va oltre il dato “naturale”. Il problema della sinistra è sempre stato quello di riconoscersi francamente per quel che è, come “cultura vs. natura”: quando ha creduto di essere più fedele alla natura (come difesa dei diritti “naturali” o come scienza economica “vera”) è sempre diventata totalitarismo. La forza della sinistra sta nel difendere il diritto di chi non ha “diritti”, di chi non è “legittimato” né dalla natura (quella che sempre anche il Papa invoca) né della scienza (per lo più al servizio del potere). Il proletariato di Marx non è l’uomo “vero”, è solo la classe generale, la grande massa degli espropriati che merita di farsi valere anche solo in nome del (borghese) principio democratico.

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la sfida della scuola Un’educazione per tutti
FERNANDO SAVATER


Oggi, la sinistra non può essere altro che quella che difende il concetto di società . Vale a dire, qualcosa di diverso dalla semplice giustapposizione di individui atomizzati e di interessi contrapposti in lizza. I membri di una società  vedono se stessi come soci degli altri, vale a dire come collaboratori e complici di un beneficio che in qualche misura deve raggiungere tutti. La sinistra deve ricordare che la democrazia, in qualsiasi luogo del mondo, ha due nemici fondamentali: la miseria e l’ignoranza. Dove la miseria è tollerata, dove l’ignoranza non è combattuta, la democrazia si trasforma in una caricatura di se stessa. Pertanto, la sinistra – che ha già  imparato che non può essere che democratica in un modo deciso e scrupoloso – deve tentare di mettere fuori legge le condizioni di povertà  estrema – come a suo tempo si mise fuori legge la schiavitù – e deve far sì che l’educazione per tutti, pubblica, laica e senza esclusioni maliziose diventi il suo compito prioritario. Un’altra questione molto attuale che la sinistra deve affrontare è la crescita della corruzione sia politica che finanziaria (che normalmente agiscono insieme) e che minaccia di pervertire la democrazia in “cleptocrazia”, mettendo le istituzioni o la sfera pubblica al servizio dei depredatori.
(traduzione di Luis E. Moriones)

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SE LA SOLIDARIETà€ NON È MAI FUORI MODA
Jà¼RGEN HABERMAS


Chi crede tuttora nella forza rivoluzionaria di autoguarigione delle crisi economiche gravita in nebulose profondità  attorno al concetto del «politico», o soffia sulla «sollevazione prossima ventura». Il resto è disfattismo.
La «sinistra» deve il suo nome all’ordine degli scanni parlamentari all’Assemblea nazionale francese del 1789. Quanto al termine «socialismo», il suo significato era e rimane nient’altro che la messa in atto delle parole d’ordine della Rivoluzione francese. La libertà  non può essere ridotta alla mera possibilità , per i soggetti partecipi di un sistema di mercato, di esprimere individualmente il proprio voto. Solo l’inclusione egualitaria di tutti i cittadini come co-legislatori, in un contesto di formazione di opinioni e volontà  politiche informate, può assicurare a ciascuno gli spazi e i mezzi per determinare e plasmare autonomamente la propria personale esistenza.
L’uguaglianza non può essere solo quella formale davanti alla legge, ma deve comportare l’equa ripartizione dei diritti, che devono avere eguale valore per ciascuno, indipendentemente dalla sua posizione sociale. La solidarietà  non deve degenerare in paternalistica assistenza agli emarginati; la partecipazione alla comunità  politica con pari diritti non è conciliabile con la privatizzazione, che scarica i rischi e i costi originati a livello sociale complessivo su singoli gruppi o persone, senza indennità  o risarcimenti di sorta.
E’ questo il modo in cui la sinistra intende i principi costituzionali, non certo spettacolari, che nelle nostre società  democratiche informano il diritto vigente. La sinistra recluta i suoi aderenti tra i cittadini tuttora sensibili alle stridenti dissonanze tra questi principi di fondo e la realtà , da tempo accettata, di una società  sempre meno solidale. Una società  nella quale le élite si barricano, anche moralmente, nelle loro gated communities è fetida. I mali della sinistra rispecchiano il generale ottundimento di questo spirito normativo, e la crescente tendenza ad accettare come normale e ovvio un egoismo razionalista, che con gli imperativi del mercato è penetrato oramai fin dentro i pori di un ambiente di vita colonizzato.
Naturalmente il deficit della sinistra non è solo di tipo motivazionale, ma riguarda anche il piano cognitivo, ove si è mancato di affrontare tutta la complessità  delle sfide reali – ad esempio, i rischi che corre oggi la moneta europea. Altrimenti la sinistra non si limiterebbe a lamentare la distruttività  dei mercati finanziari incontrollati, ma ravviserebbe nella speculazione contro la moneta europea un’astuzia politica della ragione economica. Si attiverebbe contro l’asimmetria dell’UE, che a una completa unificazione economica affianca l’incompletezza di quella politica. E comprenderebbe infine che un’Europa democratica e solidale è un progetto di sinistra.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)


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