Wikileaks, la diplomazia resta nuda

Cerchiamo di ragionare sui nuovi leaks di Julian Assange raccogliendo un embrionale compendio di opinioni e analisi. Le prime letture concordano: nessuno dei 250mila e passa file usciti dal sacco di Wikileaks sembra essere, al momento, top secret. E’ un’immensa mole di rapporti e dispacci che mette in seria difficoltà  i suoi autori, i membri del corpo diplomatico Usa, e rischia di pregiudicare politiche e rapporti internazionali, oltre a distruggere molte reputazioni. Ma nessuna trama segreta, finora, ci è stata rivelata.

Nella sua “nota ai lettori” il New York Times (che insieme al Paà­s, a Le Monde, al Guardian e allo Spiegel ha pubblicato i documenti) spiega che i file sono “di rilevante interesse pubblico” perché fanno luce “sugli obiettivi, i successi, i compromessi e le frustrazioni della diplomazia americana”. El Paà­s, non diversamente, difende la scelta di pubblicare i materiali sottolineando che ne emerge un quadro unico delle priorità , delle strategie, dei “conflitti” e delle “pressioni occulte esercitate da Washington sulla Spagna dal 2004 a oggi”.

Alla fine dei conti, il Maelstrom scatenato da Wikileaks sembra colpire, ancora una volta, solo gli Stati Uniti e la già  debole politica estera di Barack Obama. Certo, nei documenti si parla della censura cinese a Google, della presunta corruzione del vicepremier afgano, delle pressioni saudite per invadere l’Iran. Ma il grosso dell'”operazione trasparenza” di Wikileaks mette in luce soprattutto opinioni, giudizi e operazioni che sforano nello spionaggio e nell’intelligence (si veda il caso delle Nazioni Unite) ma che imbarazzano quasi unicamente Washington.

Sorge spontaneo un ragionamento: peccato che Wikileaks non ci fosse qualche anno fa, diciamo dalle parti del 2003, quando l’amministrazione Bush schierò una grossa fetta della sua diplomazia e della propria intelligence per convincere il mondo, sulla base di invenzioni, che l’Iran stava costruendo la bomba atomica. Dov’erano, all’epoca, Assange, i suoi hacker e le sue fonti? Sarebbe stato molto utile, per l’opinione pubblica internazionale, avere lumi sull’operato di quell’amministrazione.

Che la politica, estera e interna, si regga sulle leve di macchinazioni, complotti e opachi giochi di potere è fatto antico come la politica stessa. Trame mai trasparenti e congiure nell’ombra sono l’altra faccia di un potere che neppure l’avvento, da un secolo e più a questa parte, della democrazia e dunque un rapporto più perspicuo tra elettori (non più sudditi) e governanti (non più assoluti) sono riusciti a scalfire. La politica estera, con la diplomazia e l’intelligence che le servono da strumento, è poi la sfera che più di tutte sfugge al controllo, e spesso anche all’interesse, dei cittadini. Salvo quando scoppiano le guerre. Salvo quando si scopre, ex post, che una guerra dichiarata con tanto di avallo delle Nazioni Unite all’Iraq era stata motivata, dagli Stati Uniti, sulla base di prove artefatte e false evidenze di un armamento nucleare in possesso di Saddam Hussein. Questo è il più recente ed eclatante esempio di macchinazione smascherata purtroppo in ritardo. Ed è anche l’esempio di ciò che manca, per il giudizio che se ne può dare al momento, ai file divulgati da Wikileaks, che non forniscono all’opinione pubblica mondiale (a noi) alcuna rivelazione traumatica o top secret sulle scelte che i nostri governi stanno facendo a nostra insaputa.

Wikileaks e la trasparenza
Dalle pagine del Paà­s, Soledad Gallego-Dà­az, in un articolo intitolato significativamente “Informazione trasparente contro la segretezza dei governi”, si schiera al fianco di Wikileaks spiegandone la fondamentale utilità  per chi di mestiere fa il giornalista. “Negli ultimi anni – scrive Gallego-Dà­az – l’informazione, le notizie, il nostro lavoro si sono fatti sempre più difficili a causa dell’opacità , della mancanza di trasparenza, del gusto per la segretezza e della crescente capacità  di manipolazione dei dati mostrata da organismi pubblici e privati”. “L’apparizione di Wikileaks” ha cambiato tutto. Come ricorda la giornalista spagnola, il primo leak di Assange fu la pubblicazione di un video che mostrava l’uccisione di un fotografo della Reuters e di altre dieci persone da parte di soldati nordamericani. Poi, nel giugno 2010 e ottobre 2010, arrivò la pubblicazione di documenti sulla guerra in Afghanistan e in Iraq che testimoniavano l’uso sistematico della tortura da parte degli Stati Uniti e il numero ufficiale di morti in Iraq: 109.032, il 63% dei quali vittime civili.

Il bersaglio è Obama?
I leaks del 28 novembre, però, sembrano avere una natura diversa, ben individuata dalla Sà¼ddeutsche Zeitung in un commento (a firma Nicolas Richter) dal titolo “Chiacchiere pericolose”. Il quotidiano di Monaco di Baviera evidenzia la “messa a nudo” della diplomazia, dei suoi meccanismi, dei suoi binari di comunicazione. E aggiunge che “la violazione senza precedenti e dalle conseguenze ancora incalcolabili” della segretezza “mette a rischio il funzionamento stesso della politica estera, se i diplomatici non possono più esprimere la loro opinione”. Quegli stessi funzionari che indossano sorrisi e cravatte ma che poi, dimessi gli abiti di rappresentanza, devono scrivere corrispondenze dure e senza peli sulla lingua alle loro capitali.

Più che una “tempesta sul mondo”, come titola oggi Repubblica, sembra insomma una tempesta sugli Usa e sul suo corpo diplomatico. In un commento sulla Stampa (titolo: “Il vero obiettivo è Obama”) Lucia Annunziata si chiede, ad esempio, chi stia aiutando Assange e se il fondatore di Wikileaks non debba mostrare anch’egli “trasparenza” nelle sue operazioni. Non si può essere così ingenui – osserva Annunziata – da non vedere che l’imbarazzo creato all’amministrazione di Obama, “rende molto popolare il creatore di Wikileaks presso molti nemici di Obama“, proprio quando il presidente è combattuto da potenti forze nel suo Paese. E sul Corriere della Sera Franco Venturini scrive che “si dovrà  riflettere, a proposito di presunti complotti, se un complotto non ci sia davvero, ma contro Obama, che dovrà  probabilmente pagare prezzi altissimi nella sua già  poco fortunata politica estera”.

Letture “esperte”
Sempre al Corsera Edward Luttwak, consulente del Csis di Washington, del National Security Council e del Dipartimento di Stato americano, dichiara che “la bomba-Wikileaks esplodendo si trasformerà  in un palloncino”. E che i documenti diffusi “sono segreti d’ufficio e non veri segreti”. “Verranno svelati molti segreti di Pulcinella – spiega Luttwak a M.Antonietta Calabrò -: come ad esempio che Berlusconi frequenta molte persone dell’altro sesso e che ha uno stile di vita personale diverso da quello di De Gasperi”. E poi aggiunge che “su tutte le comunicazioni tra le ambasciate e il Dipartimento di Stato, c’è stampigliato ‘secret’, ma segreta è la comunicazione, mentre molto spesso il contenuto non lo è. O meglio non è un vero e proprio segreto, ma un segreto d’ufficio. È frutto della lettura dei giornali del Paese, di incontri con giornalisti, con funzionari statali, con personalità  politiche nessuno dei quali rivela informazioni segrete, ma piuttosto fornisce le sue valutazioni su questo e su quello”.

Enrico Jacchia, responsabile del Centro di Studi Strategici Luiss, in una nota ripresa dall’Ansa scrive invece che ‘farà  del danno all’immagine della diplomazia americana, ma la divulgazione di documenti fatta da Wikileaks non è un 11 settembre”. “In attesa di vederne di più, molte delle rivelazioni di quei documenti – prosegue Jacchia – sono materia già  ampiamente trattata dalla stampa internazionale. Ad esempio, non è segreto che gli Emirati arabi del Golfo abbiano una paura matta di Teheran e chiedano insistentemente un intervento americano, anche militare, per cambiar le cose. Come è ben nota e ribadita sulla stampa l’insoddisfazione della Casa Bianca per le relazioni tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. ‘Certo – aggiunge Jacchia -, non è escluso che Washington sia riuscita ad ottenere da Wikileaks la non divulgazione di alcuni documenti pericolosi soprattutto per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Per l’America, un’elargizione di qualche milione di dollari è una bazzecola, mentre significa per gli editori di Wikileaks un avvenire economico confortevolmente assicurato”.

Vincent Cannistraro, ex responsabile dell’Intelligence per il Consiglio per la sicurezza nazionale Usa e capo dell’antiterrorismo della Cia, spiega invece al Messaggero che per qualche settimana ci sarà  “una grande tempesta”, ma che “queste rivelazioni non sono veramente segrete”, perché le informazioni “realmente top secret passano su diversi canali, e sono poche decine”. “Ogni messaggio spesso arriva a centinaia di destinatari. Possono essere dispacci imbarazzanti per il candore con cui descrivono un capo di governo, ma stiamo scoprendo l’acqua calda”. Diverso il discorso per altri Paesi: “Afghanistan, Iraq, Pakistan, Yemen sono luoghi instabili, dove i pericoli sono veri e preoccupanti” ed “è reale il rischio di vita per certe persone in certi Paesi”.

Reazioni diplomatiche e politiche
Ne raccogliamo un po’, riprese dalle agenzie. E cominciamo con le Nazioni Unite (nei file di Wikileaks si parla di controlli stretti sui vertici Onu), che evitando commenti hanno però ribadito che tutti gli Stati membri devono rispettare “privilegi e immunità ” dei funzionari Onu. L’imbarazzo è palpabile.

La Francia, il cui presidente Nicolas Sarkozy è definito nei documenti “un imperatore nudo da tenere sotto sorveglianza”, esprime solidarietà  al governo americano e giudica una “minaccia” la diffusione dei documenti. “Deploriamo con fermezza la divulgazione deliberata e irresponsabile della corrispondenza diplomatica statunitense”, dichiara il portavoce del ministero degli Esteri, Bernard Valero, aggiungendo che i messaggi divulgati da Wikileaks potrebbero “nuocere alla risoluzione di questioni essenziali”.

L’Iran invece smentisce di aver comprato armi dalla Corea del Nord.

Quanto alla richiesta del re saudita Abdullah di attaccare Teheran, un consulente governativo saudita sotto anonimato, citato dall’Apcom, commenta icasticamente: “Tutto questo è molto negativo. Non serve a favorire la fiducia”.

Il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, si è detto invece “preoccupato” per le ‘conseguenze sui processi politici, quando si tratta ad esempio di temi come il medio oriente e l’estremo oriente’ (lo riferisce l’Ansa). “Questi documenti possono creare problemi seri”, ha aggiunto Seibert senza commentare i giudizi pubblicati sul conto di Angela Merkel (“evita i rischi ed è raramente creativa”).

Maja Kocijancic, la portavoce dell’Alto rappresentante della Ue, Catherine Ashton, ha infine assicurato che per l’Unione europea ‘gli Usa restano uno dei partner chiave più strategici”. In uno dei file pubblicati si legge che “l’Europa non è così importante per gli Usa”. ‘Prendiamo nota delle rivelazioni’, questo l’unico commento della portavoce.

Wikileaks ha dato un bel colpo alla diplomazia, ma la diplomazia sembra ancora viva e vegeta.


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