Sui repubblicani l’ombra del Partito del Tè rischio boomerang per il fronte estremista

NEW YORK – Comunque vada sarà  un successo. Almeno per lo Snow Goose Restaurant di Anchorage, Alaska, dove il candidato repubblicano al Senato, Joe Miller, stasera si appresta a trascorrere la lunga notte elettorale. Tra lui, la moglie e gli otto figli fanno già  dieci coperti: il patron all’Anatra delle Nevi può già  dirsi soddisfatto. Ma ci sarà  davvero da festeggiare?
Questo è un altro discorso. Nel 49esimo stato si parrà  la nobilitate di Joe ma soprattutto della sua sponsor, l’ex governatrice d’Alaska e ora regina dei Tea Party Sarah Palin. Perché se i Tea Party sono i nuovi padroni d’America, la prova di forza di Sarah nell’imporre i suoi candidati si sta rivelando un’arma a doppio taglio.
A cominciare appunto da qui, dove il suo Miller rischia contro la senatrice uscente che pure aveva sconfitto alle primarie, quella Lisa Murkowski che ha deciso di correre comunque. Tra i due litiganti, nello Stato che farà  fare l’alba all’America – si chiude quando a New York è già  mezzanotte – a spuntarla potrebbe essere il democratico Scott McDouglas. Bel guaio. Perché per conquistare il Senato i repubblicani devono conquistare dieci seggi: ma senza perdere quelli che hanno già .
Chiamatelo il Paradosso del Tè. Succede lo stesso nel Delaware. Anche lì il seggio era proprietà  repubblicana. Ma la voglia di nuovo su cui ha soffiato la solita Sarah ha appiedato alle primarie l’uscente Mike Castle: per incoronare Christine O’ Donnell, una quarantenne che ha confessato di aver praticato la magia e sostiene che la mancata evoluzione di tutte le scimmie è la prova che Darwin aveva torto.
Risultato: l’ex strega è indietro di 10 punti. Rischiano, i repubblicani, perfino nel Nevada di Harry Reid, eletto cinque volte e capo dei senatori democratici, simpaticamente definito dal sito Politico «morto che cammina». Beh, lo zombie ha ripreso colore adesso che i Tea Party – invece della navigata e favorita Sue Lowden – gli hanno contrapposto Sharron Angle, una signora che ha scatenato una guerra diplomatica col Canada accusando i cugini di esportare terroristi dalla frontiera colabrodo.
Chiariamo: guai a demonizzare il partito del Tè. Gli americani votano per definizione contro e due anni fa fu il vento anti-Bush e non la conversione a sinistra a portare Obama alla Casa Bianca. Di più. La metà  dei Tea Party – dice un sondaggio Cbs-New York Times – si qualifica come «non repubblicana». E uno su tre – dice il sondaggista Scott Rasmussen – ha votato Barack.
Ma l’irruenza non sempre paga. E la tenuta dei singoli è tuta da vedere. In Colorado, Ken Buck ha strappato la nomination alla vicegovernatrice Jane Norton sfoderando un argomento graziosamente sessista: «Io non porto tacchi alti». In Arizona, l’ex marine Jesse Kelly è così a destra da aver accusato la Palin di appoggiare candidati «troppo moderati».
In Kentucky, Rand Paul (figlio di quel senatore Ron che vuole abolire la Fed) è un cantore del liberismo così assoluto da aver definito «anti-americane» le critiche di Obama alla Bp per la macchia nera: non si può mica interferire nel libero arbitrio di Wall Street.
L’unico a emergere dal mucchio selvaggio è Marco Rubio da Miami, che ha il fisico del ruolo, flirta con i Tea Party ma ha fatto di tutto, in campagna elettorale, per non mostrarsi sul palco accanto a Sarah. E i marpioni del Grand Old Party – da Jim DeMint a John Bonheur, cioè i quadri che hanno cavalcato l’onda del The ma ora temono l’insostenibile Palin – puntano su gente come lui per arginare Sarah: che già  punta a risfidare Obama nel 2012.
Perché la partita che si gioca stasera, dall’Alaska alla Florida, sarà  pure decisiva, ma è solo l’andata. Al ritorno, potrebbe anche andare peggio.


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