I cinque uomini del terrore. Ecco i nuovi capi di Al Qaeda

Le loro biografie mostrano le stimmate di una mutazione anagrafica, ridisegnano l’atlante della paura, raccontano di una “nuova lingua” che non coltiva più l’utopia del Califfato, ma la “reislamizzazione” dei musulmani d’Occidente e le dottrine della “leaderless resistance”, la resistenza senza leader, dell’attacco al cuore di Europa e Stati Uniti con l'”Army of one”, gli eserciti di un solo uomo. Documentano, nove anni e due guerre dopo il trauma dell’11 Settembre, in che cosa si sia trasformato il marchio del Terrore attraverso il suo sapiente franchising. In quali e quanti acronimi debba oggi essere declinato lì dove si è delocalizzato (“AQIM”, Al Qaeda nel Maghreb, “AQAP”, Al Qaeda nella Penisola Arabica, “AQY”, Al Qaeda in Yemen). E quanto sia invecchiata l’immagine solitaria di due uomini barbuti, Osama Bin Laden e Ayman Al Zawahiri, chini su una canna di kalashnikov e in perenne fuga nelle forre del confine afgano-pachistano.
Il volto del “nuovo” nemico è l’immagine riflessa del post 11 Settembre.
In una storia che si può prendere dalla testa o dalla coda perché, non a caso, annoda in un sinistro gioco dell’oca i “martiri” delle Torri Gemelle e del Pentagono, le gabbie di Guantanamo, i massacri algerini, le strade di Mogadiscio, le università  americane, le moschee di Finsbury Park, le stragi di Madrid e Londra. Facebook e Youtube. E che destino vuole cominci a Las Cruces, la Città  delle Croci, sobborgo che non arriva a centomila anime in quel del New Mexico, dove il 22 aprile del 1971, nasce Anwar Al-Awlaki, cittadino americano di genitori yemeniti, del quale la Casa Bianca, dalla scorsa primavera, ha autorizzato l’assassinio. Il padre di Anwar, Nasser, futuro ministro e preside dell’università  di Sana’a, è un borsista Fullbright alla New Mexico State University e il bambino, fino ai 7 anni, quando la famiglia tornerà  in Yemen, cresce nei campus delle università  del Nebraska e del Minnesota, dove Nasser si guadagna il dottorato in agronomia. A vent’anni, Anwar è di nuovo in America. Per la laurea in ingegneria alla Colorado State University e quindi per un master in pedagogia a San Diego e un dottorato alla Georgetown University che non arriverà  mai. Anwar è un wahabita e il suo rapporto con il Corano si fa presto algebrico nel suo radicalismo. Sposa una cugina da cui avrà  cinque figli. Diventa imam e, nei mesi che precedono l’11 settembre, a san Diego, è pastore spirituale e amico di Nawaf al-Hazmi e Khalid al-Mihdhar, due dei “martiri” dell’11 settembre.
La strage delle Torri e la risposta americana lo sorprendono imam della moschea di Falls Curch, nei sobborghi di Washington, dove la sua riflessione religiosa si fa greve, ostile. Anwar si esercita sul web in saggi come “Perché i musulmani amano la morte”, comincia a tradurre in inglese letteratura jihadista e quindi, nel 2002, si trasferisce a Londra alla corte dello sceicco Omar Bakri e qui predica odio nella moschea al-Tawhid. Si convince della potenza della rete e i suoi sermoni diventano interminabili video su Youtube, gruppi di discussione su Facebook, come pure cofanetti di dvd e cd in vendita nei mercatini della comunità  pachistano-londinese. Alla sua sapienza si formano teste assai fragili e futuri assassini. Nella moschea di Falls Curch, ascolta le sue prediche Nidal Hasan, il cappellano musulmano dell’esercito americano che pianifica la strage di Fort Hood (Anwar spiegherà  di averlo «incoraggiato»). E alle sue “riflessioni” consegnate a YouTube sostengono di essersi abbeverati Roshonara Chudhry, studentessa inglese di 21 anni del King’s college che cerca di accoltellare il deputato laburista Stephen Timms, come anche Faisal Shahzad, fallito attentatore dell’autobomba di Times Square, a New York.
Nel 2004, Anwar è di nuovo in Yemen, dove pronuncia la sua fatwa per 9 vignettisti americani, inglesi, svedesi e olandesi che accusa di blasfemia. Si nasconde nel sud-est del Paese, dove è mentore di Umar Farouk Abdulmutallab, il ragazzo somalo che nel natale del 2009 prova a far saltare nei cieli di Detroit il volo Northwestern 253. E nel marzo di quest’anno, con un video spedito alla Cnn, afferra e rivendica a sé il bastone del comando nella Jihad contro gli Stati Uniti.
Del resto, in Yemen, Anwar trova un “sinedrio” di emiri che – come documentano i più recenti report della Cia e delle intelligence alleate – ha ormai stabilmente spostato l’asse gravitazionale dell’attacco all’Occidente e ai regimi islamici “nemici”, se non addirittura la casa stessa di Al Qaeda, nel sud della penisola arabica. È qui, infatti, che la storia di Anwar incrocia quella di Nasir Al-Wahishi, Said al-Shiri, Qassim Al-Raimi.
Il primo, Nasir, è stato per anni il giovanissimo segretario personale di Osama Bin Laden in Afghanistan. Ne ha conquistato la assoluta fiducia e devozione. Se ne è separato nel 2001, a soli 23 anni, quando Al Qaeda è travolta dall’offensiva americana contro i Taliban. Nasir viene catturato dagli iraniani ed estradato in Yemen, dove trascorre cinque anni nel carcere di massima sicurezza di Sana’a, da cui evade nel febbraio 2006 insieme ad altri 23 leader militari di spicco di Al Qaeda. Nasir battezza così “AQY”, Al Qaeda Yemen, e nel giro di neppure tre anni guadagna, nel dicembre 2009, la solenne investitura di Ayman Al Zawahiri che, con un video ad Al Jazeera, nell’annunciare la confluenza di “AQY” in “AQAP”, Al Qaeda della Penisola Arabica, lo indica come nuovo leader. Nasir parla una lingua moderna, sfrutta ogni potenzialità  della Rete e carica l’arsenale della propaganda con Inspire, primo periodico online in lingua inglese di Al Qaeda, e Sada al-Malahem, “Eco dell’Epica”, rivista digitale in lingua araba. «Il web – si legge nella più recente analisi diffusa dall’Aisi, il nostro controspionaggio – è diventato il luogo per fornire indicazioni operative capaci di sostenere la Jihad attraverso piccoli, “facili” e autonomi attacchi a “soft targets” che, anche in caso di fallimento, costituiscono comunque un risultato pagante per Al Qaeda».
Nasir, questo potenziale, lo sfrutta fino in fondo. Anche perché sulla componente militare vegliano i suoi vice, due comandanti di cui ha assoluta fiducia. Il saudita Said al-Shiri e lo yemenita Qassim Al-Raimi, che con lui è evaso nel febbraio 2006 dalla prigione di Sana’a. Said al-Shiri ha combattuto in Afghanistan e qui è stato catturato nel dicembre del 2001. È stato tra i primi a essere infilato in una tuta arancione per entrare nelle gabbie di “X ray”, poi “camp Delta”, la prigione di Guantanamo. Said ci arriva in ceppi, cuffie e occhiali da saldatore il 22 gennaio del 2002. E ne esce il 9 novembre del 2007, rimpatriato in Arabia Saudita per un programma di “riabilitazione”, che rispetta fino all’ultimo giorno, per poi raggiungere lo Yemen e ritornare in clandestinità . Nell’aprile del 2009, chiama alla Jihad «contro i Crociati» i pirati somali e i “ragazzi” di Al Shabaab. Oggi la Cia lo vuole, insieme a Qassim Al-Raimi, architetto dell’ultimo complotto, quello del toner esplosivo destinato a incendiare i cieli di Chicago. Perché – ne sono convinti a Langley – l’artificiere dell’operazione, Ibrahim Hassan al-Asiri, da Said e Qassim ha preso ordini.
Qassim, del resto, aveva a suo modo annunciato lo scorso gennaio quanto sarebbe accaduto. Online, sulla rivista Sada al-Malahem, invitando chimici, elettronici e fisici a unirsi alle fila di Al Qaeda: «La battaglia non è tra noi e voi americani. Ma tra voi americani e le tribù tutte della penisola arabica. Ci avete attaccati nelle nostre case. Aspettatevi dunque di essere attaccati nelle vostre. Vi sorprenderemo alle spalle, arriveremo da destra e da sinistra, apriremo la terra sotto i vostri piedi».
È un linguaggio del sangue che non si ferma alle coste yemenite, che ha infettato irreversibilmente la Somalia e – concordano i più autorevoli analisti europei – ha da un paio d’anni definitivamente saldato sotto l’ombrello di Al Qaeda la Penisola Arabica, il Corno d’Africa e il Maghreb, dove regna il quinto dei nostri uomini, Abdelmalek Droukdel, algerino nato a Meftah nell’aprile di quarant’anni fa. L’emiro, che si dice «discepolo del martire Al Zarqawi», ha raccolto l’eredità , la ferocia e la forza del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento, trasformandolo, nel 2007, in “AQIM”, Al Qaeda del Maghreb islamico. Tormenta l’Algeria con attacchi suicidi. Vive dell’odio per la Francia, i suoi cittadini, i suoi interessi nel nord Africa, la pace della sua capitale. L’industria dei sequestri – ultimi quelli di francesi, spagnoli e italiani – nel deserto della Mauritania ha la sua paternità . Il più recente dei suoi proclami spiega l’incubo che da due mesi agita l’Eliseo e racconta quanto, in questi nove anni, Al Qaeda si sia avvicinata al Mediterraneo: «Sarkozy sappia che ha aperto le porte dell’Inferno. A se stesso e alla sua gente».


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