I 20 senza intesa

A Seoul nessuno oramai più si aspetta un vero accordo per disinnescare le guerre monetarie e risolvere gli squilibri dell’economia globale. Gli unici iper-ottimisti sono i giornali coreani, che sotto l’influsso governativo «vendono» ancora un potenziale successo del vertice. L’equazione è impossibile da risolvere, perché le divergenze politiche ed economiche degli interessi nazionali dei vari paesi, in primis di Usa e Cina, sono lampanti. In questo scenario sono già  iniziate le manovre per salvare la faccia, allorché i leader dovranno scendere in sala stampa oggi pomeriggio e trovare chi mettere sul banco degli imputati. Nell’architettare l’ennesimo rinvio delle decisioni del G20, la Germania, fino ad oggi molto critica della politica monetaria americana, apre all’idea di chiedere ancora una volta al Fondo monetario internazionale di elaborare possibili soluzioni al problema e supervisionare l’operato dei singoli stati nei prossimi mesi. Agli Usa la proposta starebbe bene – tanto l’Fmi è a Washington – ma non è detto che la Cina accetti questa formalità . Fino all’ultimo i toni cinesi non si sono abbassati – non ultimo con l’invito alla Corea del Sud di disertare la consegna del nobel per la pace in Norvegia all’attivista cinese Liu Xiaobo – tanto che l’ex Impero di Mezzo potrebbe rimanere isolato.
Mercoledì, in maniera opportunistica Barack Obama ha finto di prendere una forte leadership, esortando gli altri leader a negoziare in maniera costruttiva. Così finalmente gli Usa sono usciti dall’angolo dopo la mossa spregiudicata della Banca Centrale di Washington di immettere nuovamente 600 miliardi di dollari di liquidità  nel sistema, favorendo così l’indebolimento del dollaro. Qualora venisse rifiutato l’invito a negoziare, Obama potrebbe sempre ribadire che la proposta di Tim Geithner di imporre dei limiti, o quanto meno delle linee guida, per contenere gli squilibri della bilancia commerciale di ciascun paese non ha ricevuto alternative in risposta.
Nel frattempo Obama e Hu Jintao si sono incontrati ieri pomeriggio in via bilaterale. Il terzo meeting in otto mesi, e in vista della visita negli Usa del leader cinese ad inizio 2011. Per gli Usa i due paesi stanno facendo progressi, per i cinesi il dialogo bilaterale è importante e va continuato. Ma la questione monetaria è rimasta fuori dalla porta per il momento.
India e Brasile alla fine potrebbero essere l’ago della bilancia e ora che hanno avuto una maggiore rappresentanza e potere di voto dentro al Fondo monetario – in parte a spese di altri paesi in via di sviluppo – non è da escludere che sosterranno il coinvolgimento dell’Fmi. Così questa volta gli emergenti potrebbero mollare Pechino. Hu Jintao, in ogni caso, tirerà  dritto anche per motivi di politica interna. L’opinione pubblica cinese inizia a sostenere l’idea di una Cina capace di tenere la sua linea anche in campo internazionale. Nel frattempo le colombe della banca centrale di Pechino sono pronte alla trattativa, ma non hanno ancora il coraggio o lo spazio politico per avviare una campagna diplomatica globale per raggiungere la massa critica ed imporre un superamento della supremazia del dollaro.
Anche sul fronte della regolamentazione finanziaria la partita si complica, poiché al via libera all’accordo di Basilea sugli accantonamenti di capitale delle banche si collegano nuovi standard per vincolare maggiormente le cosiddette istituzioni finanziarie sistemicamente rilevanti – ossia quelle banche troppo grandi per fallire e che poi gli stati devono salvare con i soldi dei contribuenti. Per rispettare le specificità  dei paesi emergenti ed evitare impallinamenti, sembra che si vada verso un approccio differenziato e due liste di banche «a rischio», ma non è chiaro chi ci stia dentro e con quali nuove vincoli. Prima della cena di gala del vertice la Merkel rivela che alla Germania l’accordo sulle banche non convince ancora. Una doccia fredda quando si pensava che le obiezioni dovessere arrivare invece dal Sud del mondo. In qualità  di presidente del Forum della stabilità  finanziaria, Mario Draghi cerca di strappare al G20 quanto meno un accordo di massima che poi i tecnici perfezioneranno nel 2011. Certo, come sempre saranno i tecnocrati della finanza e non il G20 politico a fissare le regole alla fine.


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