La verità  di Marra sul caso P3 “Per Formigoni mi chiamò il prefetto”

ROMA – «Mai venuto meno ai miei doveri». Eppure Alfonso Marra, presidente della Corte d’Appello di Milano, lascia la magistratura e se ne va in pensione. Con grande soddisfazione di Csm e Anm per le quali il suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla P3 era un boccone troppo amaro da mandare giù. «Temo che la mia permanenza possa incidere sul buon andamento dell’amministrazione giudiziaria e sull’attività  degli organi di autogoverno», ha spiegato in una lettera che ieri il suo difensore, Piercamillo Davigo, ha consegnato alla Prima Commissione del Csm, davanti alla quale Marra avrebbe dovuto difendersi per evitare il trasferimento. Accuse che ora verranno archiviate insieme al procedimento disciplinare promosso dal procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito.
Ha resistito tre mesi nella bufera, Marra. Il 21 luglio palazzo dei Marescialli aveva avviato le procedure per il suo “trasloco”. “Fofò”, come lo chiamavano “quelli della loggia”, è la seconda toga che lascia l’ordine giudiziario per l’indagine romana: prima di lui, il sostituto procuratore generale della Cassazione, Antonio Martone. Andandosene, Marra non ha perso l’occasione per un affondo, attraverso Davigo: «La procedura di trasferimento è stata avviata al di fuori dei casi consentiti dalla legge».
Che la sua carriera fosse già  conclusa, l’aveva in qualche modo preannunciato il 6 agosto scorso quando fu interrogato dai colleghi romani sulla P3. «Voglio dire spontaneamente – ha esordito – che mi trovo in un vero e proprio stato di prostrazione, ritengo di essere una vittima». Ieri non si è presentato a palazzo dei Marescialli, ma davanti ai colleghi che indagano sulla P3, Marra si era difeso. Aveva detto di non conoscere Flavio Carboni, lo aveva arrestato nel 1980 per il crack dell’Ambrosiano. Frequentava, questo sì, Pasquale Lombardi. «Aveva – si legge – familiarità  con molti magistrati tra i quali il presidente Carbone, il presidente Grechi e diversi componenti del Csm». Ma mai nessuna richiesta di aiuto al “geometra” per la corsa alla Corte d’Appello. «Mi disse che mi avrebbe tenuto informato di quanto accadeva al Csm circa l’iter per la mia domanda… Quando mi fece intendere che si poteva contattare il fratello di Berruti, deputato con Berlusconi, esclusi una simile eventualità , in quanto il fratello ha un processo a Milano». E anche a proposito del ricorso per l’esclusione della lista Formigoni, il presidente della Corte d’Appello ha raccontato ai pm: «Il 1 marzo 2010, giorno del mio insediamento, mi telefonò il prefetto di Milano Lombardi il quale mi disse che intorno all’esclusione della lista Formigoni stava montando un gran clamore perché a detta di molti giuristi l’esclusione era infondata. Non ho mai parlato con i colleghi componenti della commissione elettorale né prima né dopo le loro decisioni, neanche al solo scopo di chiedere informazioni».
Soddisfatto il presidente della Prima Commissione del Csm, Guido Calvi: «Le dimissioni sono la migliore soluzione possibile nell’interesse delle istituzioni». Luca Palamara, presidente dell’Anm, ha parlato di «gesto che pone fine a una vicenda che ha messo a serio rischio la nostra credibilità . Nella magistratura non possono essere tollerate zone d’ombra». Mentre il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, indagato per la stessa inchiesta, ha precisato di «non avere mai fatto pressioni sul Csm per la nomina di Marra». Versione che Caliendo aveva fornito anche ai magistrati il 30 luglio: «Ignoravo del tutto – si legge nel verbale – le iniziative di Lombardi a proposito della nomina di Marra ed escludo di essermi fatto tramite per conto di Lombardi di pressioni sul Csm».


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