La piazza immensa ha reso evidente il vuoto a sinistra

Una piazza immensa e pacifica ha smentito le profezie di sventura che agitavano la vigilia del 16 ottobre. Nessuno ha raccolto le provocazioni, tutti hanno capito quanto alta fosse la posta in gioco. Centinaia di migliaia di cittadini, lavoratori, studenti, migranti, associazioni e mondo della cultura coi metalmeccanici per dire che non si può barattare il diritto a lavorare con la dignità  del lavoro, e che i diritti fondamentali che la Costituzione garantisce a tutti non sono negoziabili. Ancora una volta, l’opposizione sociale ha potuto incontrarsi e riconoscersi grazie al maggior sindacato italiano, che non è un covo di estremisti ma una colonna portante della nostra economia e della nostra democrazia. Finalmente, ha avuto visibilità  la realtà  del lavoro dipendente, il suo valore sociale, la sua dignità , il suo ruolo nel futuro del Paese. E il mondo del lavoro ha detto con chiarezza che dalla crisi si può uscire nell’orizzonte dei diritti, rovesciando scelte che hanno premiato finora gli speculatori e penalizzato i produttori, mortificato la ricerca e l’innovazione, scaricato sul costo del lavoro il prezzo della competizione; ha detto che si può voltar pagina puntando sulla riconversione ecologica dell’economia, sulla valorizzazione dei beni comuni e delle reti dell’economia sociale.
È irresponsabile chi usa la crisi per smantellare i diritti, perché l’insicurezza sociale apre spazi pericolosi alla guerra fra poveri, all’illegalità , all’intolleranza e al razzismo. La dimensione economica e sociale della crisi non è separabile dai suoi risvolti ambientali, culturali e istituzionali. Un Paese impoverito culturalmente, in cui si restringe lo spazio pubblico, può aprire pericolosi varchi al populismo autoritario. Siamo al capolinea di una stagione politica, ma non è facile prevedere quando e con quale esito finirà . Il declino del berlusconismo acuisce il rischio di una deriva antidemocratica, perché useranno ogni mezzo per salvarsi, dall’uso spregiudicato della giustizia e dell’informazione all’attacco alle regole costituzionali, anche a costo di prezzi altissimi per il paese.
Il ritardo delle opposizioni nella costruzione di un progetto credibile di alternativa è il primo problema da affrontare, e c’è da augurarsi che non prevalga ancora una volta la tentazione di cercare soluzioni rimescolando le carte di una partita tutta giocata nel chiuso del palazzo. La prima cosa da fare per la sinistra è ricostruire il rapporto con la gente, a cominciare dal proprio bacino elettorale sfiduciato e depresso, ma anche oltre, nell’ampia area di elettori della destra delusi dalle promesse mancate. Guardare al merito dei problemi delle persone, avanzando proposte concrete e credibili. Cambiare linguaggio, perché la terminologia consunta delle formule politiche non ha più alcun appeal. Offrire al Paese un messaggio forte di cambiamento, la visione di un modello di società  diversa. E coinvolgere tutte le energie disponibili, nel quadro politico e nella società , superando la vecchia sindrome dell’autosufficienza da parte dei partiti.
Il messaggio della manifestazione di sabato è chiaro: si può reagire alla sfiducia e uscire dalla crisi con un Paese migliore, ma c’è molto da fare per ricostruire i fili spezzati della partecipazione civica e della rappresentanza sociale. Fra pochi giorni un altro pezzo di questo cammino si farà  a Teano, dove si incontrano centinaia di sindaci del nord e del sud, movimenti, associazioni, intellettuali. Cinque giorni di dibattiti ed eventi culturali, per confrontarsi su come rinnovare il Paese e rifondare il patto di una nuova unità  nazionale.
* Presidente nazionale dell’Arci


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