Cina, scomparsa la moglie del Nobel

PECHINO – La moglie di Liu Xiaobo è scomparsa e la polizia sta arrestando decine di dissidenti. In Cina sono ore drammatiche. Il potere reagisce al «premio dell’imperialismo anti-cinese» con una nuova ondata repressiva. Il professore di piazza Tiananmen, a un giorno dall’annuncio, continua a non sapere di aver vinto il Nobel per la pace.
Ieri Liu Xia avrebbe dovuto raggiungere il marito nel carcere di Jinzhou, dove è rinchiuso per scontare una condanna a 11 anni per incitamento alla sovversione. Invece non è arrivata e non ha potuto dargli la notizia che ha fatto il giro del resto del mondo. La sua scomparsa, venerdì notte, è un mistero. Prima di essere isolata dalla polizia, Liu Xia aveva detto di essere in partenza per una visita a Liu Xiaobo. Fratello e avvocato hanno dato ieri l’allarme: la poetessa è irraggiungibile, come tutti i parenti. Aveva accettato il patto con il potere: il silenzio in cambio della possibilità  di abbracciare l’oppositore premiato. Allontanata da Pechino, scortata da agenti armati, potrebbe essere stata arrestata. Secondo la madre di Liu Xiaobo, l’incontro in carcere sarebbe stato rinviato ad oggi. Le autorità  continuano a tacere e da ieri anche la prigione di Jinzhou è circondata dall’esercito. A giornalisti e attivisti viene impedito di avvicinarsi alla città . Posti di blocco interrompono le strade in un raggio di dieci chilometri. Impossibile sapere se oggi, dopo 48 ore, Liu Xiaobo potrà  sapere che la sua lotta per libertà , giustizia e diritti umani, dopo vent’anni è stata riconosciuta. Una leadership divisa e impaurita, per scoraggiare manifestazioni, semina intanto terrore e retorica nazionalista. A Pechino e in altre città  sono stati eseguiti decine di arresti. Dissidenti, attivisti, intellettuali, o semplici amici di Liu Xiaobo, vengono reclusi in casa. Alcuni, decisi a festeggiare insieme, sono stati condotti dagli agenti in luoghi sconosciuti. Tre studenti, decisi a mostrare un ritratto di Liu, sono stati fermati in piazza Tienanmen.
Tagliati telefoni e Internet. «Il potere si rende conto – dice l’archistar-oppositore Ai Weiwei – che ormai la libertà  è una questione di tempo. Si vergogna, ha paura, ma è furioso». La Cina però continua a restare all’oscuro del Nobel. Non una notizia sui giornali in mandarino, censurata la Rete. Tivù di Stato ed edizioni inglesi dei giornali di partito si limitano a riferire il comunicato-choc del ministero degli Esteri, che definisce il premio «un’oscenità » e Liu Xiaobo «un criminale». Una lettera riservata ha ordinato alle redazioni di «cancellare, ignorare o rimuovere ogni riferimento al Nobel». Due violenti editoriali, solo in inglese, accusano l’Occidente di voler «imporre i suoi presunti valori anche ai cinesi».
Spiegano perché «i due Nobel anti-cinesi, il Dalai Lama e Liu Xiaobo, sono una disgrazia e non hanno dato alcun contributo alla pace e alla crescita della Cina». Chiaro l’obiettivo della propaganda: rianimare la sindrome dell’accerchiamento, rafforzare il patriottismo fedele al potere, dipingere il Nobel come una congiura straniera per «contenere i successi economici della nostra nazione». Solo nelle università , dove studenti e professori sono informati, le persone discutono. Nonostante la paura, molti dichiarano di essere felici per un riconoscimento «che dà  speranza al cambiamento». Aumenta però il numero di coloro che condannano un «premio dannoso ad un delinquente detenuto». Per la maggioranza dei cinesi ieri è stato un giorno come un altro: lavoro e shopping. Chi sa si domanda invece, con timore, se il Nobel a Liu Xiaobo migliorerà  o peggiorerà  la vita delle persone. Pochi gli ottimisti. La gente è convinta che i controlli interni saranno inaspriti, che il potere diventerà  ancora più invasivo e che la tensione con la comunità  internazionale penalizzerà  l’economia. «Questo regime – dice l’accademico Chen Ziming – non cederà  la cassa pacificamente». Sette intellettuali in esilio, preoccupati per la sorte di Liu Xiaobo, hanno sospeso l’invio di una lettera aperta ai leader del partito. La Cina scopre che il suo futuro è meno chiaro di due giorni fa. E prende atto, nonostante gli affari, di avere più nemici che sostenitori. Non solo in Occidente.


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