Belgrado. Il fattore Ivan

«Quando sei felice uccidi uno Zingaro». «Le scuri in mano e il coltello fra i denti, stanotte scorrerà  sangue, sangue di Becchini». Tra gli innumerevoli cori che i tifosi della Stella Rossa e quelli del Partizan sono soliti scambiarsi in occasione del derby di Belgrado, i versi in questione sono forse i più amorevoli. Ripescati in un prezioso libretto pubblicato undici anni fa (Campo di calcio campo di battaglia, Mesogea 1999), nel quale l’etnologo serbo Ivan Colovic analizzava il coinvolgimento dei tifosi di calcio nella guerra dell’ex Jugoslavia mettendo in luce il rapporto tra linguaggio della favola sportiva, immaginario collettivo e degenerazione nazionalista. Dieci giorni dopo gli scontri di Genova che hanno visto protagonisti gli ultras della grande Serbia, Belgrado si appresta a vivere oggi pomeriggio il derby della capitale in un clima superblindato, con gli occhi dell’Europa puntati addosso. 71 anni, membro dell’Accademia di Scienze Lettere e Arti, co-presidente del Circolo di Belgrado degli intellettuali indipendenti, Colovic non sarà  al Marakanà . «L’ultima volta che sono andato allo stadio – dice al telefono dalla sua casa di Belgrado – è stato più di dieci anni fa, a San Siro. Un amico di Dejan Savicevic (ex numero dieci rossonero, ndr) mi portò a vedere Milan-Piacenza. Un deprimente 0-0».
Il Parlamento serbo ha inasprito le norme anti-hooligans. E’ preoccupato per quello che potrebbe accadere oggi?
Credo che il derby passerà  senza incidenti gravi, almeno allo stadio. Nelle strade non so, lì è possibile che scoppi nuova violenza. Il presidente Tadic dice che lo Stato è più forte dei teppisti e vincerà  questa difficile partita ma sono le stesse promesse fatte un anno fa dopo l’assassinio di Brice Taton, il povero tifoso del Tolosa ucciso in un caffè di Belgrado da un gruppo di hooligans del Partizan. I processi contro i criminali del tifo sono fermi nei tribunali e quelli rischiano di uscire per decorrenza dei termini.
Ha visto in tv Italia-Serbia?
Sono rientrato tardi, quando ho acceso la tv la partita era già  stata interrotta. Ho visto l’incappucciato sul vetro e i petardi in campo. Ho pensato: mio dio, il caos organizzato. Due giorni prima avevamo visto scene simili per le strade di Belgrado con l’assalto al Gay Pride ma lì l’attore principale era una massa indistinta piena di rabbia e aggressività . Qui la camera seguiva da vicino il comportamento di un gruppo di hooligans, permettendoci di capire come erano vestiti e tatuati, di distinguere i loro slogan porno-politici. C’è subito stato un personaggio che si è distinto dagli altri, il mio omonimo Ivan, battezzato Ivan il Terribile. Succede spesso anche a me.
Chi c’è dietro i disordini di Genova?
Ci si domanda da anni chi manipola i supporter del calcio, chi li spinge alla violenza, chi li finanzia, chi li forma nello spirito e nell’ideologia dell’estrema destra. Si parla delle organizzazioni di estrema destra come Obraz a cui appartengano due degli arrestati. Si parla di certi prelati della chiesa ortodossa serba, si parla di mafia, di giudici corrotti, di certi media… Per molti osservatori c’è un interesse comune a tutti questi personaggi nel fermare l’integrazione della Serbia nell’Unione europea. C’è in questo genere di analisi una certa paranoia forse esagerata ma penso anch’io che gli incidenti con gli hooligans siano il segno di una grave crisi del nostro Stato e del suo attuale potere. Non credo che l’estrema destra possa impedire il nostro ingresso nella Ue ma la sua crescita è una ragione supplementare per accelerarla.
Bogdanov e i suoi amici erano ragazzini quando il capo-tifoso Arkan spostava le sue Tigri dal Marakanà  ai campi di guerra in Croazia. Possono essere considerati i loro eredi?
Sì, c’è una continuità . I giovani tifosi parlano con grande rispetto di Arkan e dei tifosi della Stella Rossa che 20 anni fa presero parte alla guerra in Jugoslavia. E’ proprio allora che i tifosi sono diventati guerrieri della causa nazionale della Grande Serbia e le nuove generazioni tentano di riprendere questa funzione politica e patriottica. Così i tifosi della Stella Rossa hanno partecipato alla «Rivoluzione del 5 ottobre» che nel 2000 rovesciò il regime di Milosevic. Il fatto che i loro «antenati» avessero lottato per Milosevic e questi «eredi» dieci anni più tardi contro di lui, non è visto come un «tradimento» perché i valori per i quali gli hooligan hanno lottato erano gli stessi: nazione, patria, fede ortodossa, Kosovo. Oggi i tifosi in Serbia sono più presenti nei media dei calciatori, degli allenatori e dei dirigenti che li temono e fanno di tutto per compiacerli. Ma più grave ancora è la pretesa degli hooligans di mischiarsi nella vita sociale e di giocarvi il ruolo di difensori della nazione, di «guardiani dell’onore». Questo è il nome di un gruppo di tifosi del Partizan, una sorta di senato formato da tifosi di una certa età , più o meno trentenni. La pretesa di avere un ruolo politico e patriottico è evidente sul sito dei Delije (gli eroi, ndr) della Stella Rossa, che comincia con lo slogan «Il Kosovo è Serbia». La continuità  è visibile anche nel rapporto con la chiesa: 20 anni fa Arkan ha fatto di tutto per ottenere il riconoscimento della chiesa ortodossa che fu piuttosto comprensiva nei riguardi degli exploit di questo «guerriero della fede». Oggi gli hooligans si presentano come ferventi credenti. Ogni anno il 28 giugno, partecipano all’organizzazione della commemorazione clericale della battaglia nel Kosovo. E infatti sono gli stessi che assaltano il Gay Pride con la croce in pugno, istruiti da un prete fondamentalista che racconta loro la storia biblica di Sodoma e li incoraggia a prendere questo oscuro racconto proto-fascista come un vademecum per la lotta contro gli omosessuali.
Vedere gli ultras serbi che bruciano la bandiera albanese le fa temere un ritorno al passato?
Un ritorna della guerra? No, non credo. Ma è vero che la guerra nel Kosovo non è finita, che continua nella testa di un sacco di gente, il che blocca tutti i nostri sforzi di occuparci di problemi molto più reali e gravi del Kosovo. Il fatto che questa guerra sia sempre lì non è colpa degli hooligans e se gli hooligans bruciano la bandiera albanese è per farsi riconnoscere da un pubblico molto più importante. La lezione che i democratici ne possono trarre è che gli slogan nazionalisti non hanno senso senza violenza, anche simbolica.
Bogdanov&co sarebbero stati ospitati a Milano da ultras fascisti locali. C’è un filo nero che li lega?
C’è un contesto internazionale e gli hooligan non lo ignorano, si rivolgono anche ai loro amici all’estero. A Genova c’era uno striscione in italiano che rivendicava l’identità  serba del Kosovo. I siti dei tifosi serbi in rete sono plurilingue, la lingua visiva che gli hooligans utilizzano è un codice che tutti possono comprendere. Guardate i segni del mio omonimo Ivan: il suo corpo tatuato, la maglia, il cappuccio, la posa. Sembra Spider Man, non è vero? E’ un bel paradosso dell’estrema destra serba che lotta per la tradizione, per la fede ancestrale, per i valori «naturali e autentici» ma allo steso tempo utilizza i mezzi più moderni. Odia la cultura di massa americana ma non esita ad approfittare dei suoi simboli.


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