Arizona, tosti contro i migranti

INVIATO A PHOENIX (ARIZONA). «Pensavamo di strappare ai democratici tre seggi, ma forse riusciamo a prendergliene cinque qui in Arizona», mi dice nel suo studio Matthew Roberts, il giovane responsabile dell’ufficio stampa del locale partito repubblicano. Un’affermazione da sbruffone visto che cinque sono tutti i deputati democratici eletti da questo stato. L’Arizona ha in tutto otto deputati, quindi per ora i deputati democratici sono in maggioranza, anche se ambedue i senatori eletti dallo stato sono repubblicani. Tanto ottimismo nasce certo dal vento di destra che spira un po’ su tutti (o quasi) gli Stati uniti, ma anche da alcune specificità  dell’Arizona. Intanto qui non c’è una guerra interna al partito repubblicano, come invece in Nevada, tra establishment di partito ed estremismo del Tea Party.
«Qui i repubblicani sono tutti molto conservatori», dice Matthew. Non per nulla era dell’Arizona il senatore Barry Goldwater (1909-1998), candidato alle presidenziali nel 1964 e nume tutelare dell’estrema destra Usa (a lui è dedicata una sterminata base aerea a Yuma, nel sud-ovest dello stato). In realtà  il panorama politico dell’Arizona è molto più vario: non solo cinque dei suoi otto deputati sono democratici, ma fino a due anni fa governatrice era la democratica Janet Napolitano, ora ministra degli interni (della Homeland security).
È che nell’ultimo biennio i moderati repubblicani si sono estremizzati e sono saliti sul carro dei conservatori. Così è successo al senatore dell’Arizona John McCain, che nel 2008 era il candidato repubblicano alla presidenza della repubblica contro il democratico Barack Obama: McCain aveva fama di uomo indipendente capace di collaborare coi democratici contro il proprio partito: aveva firmato insieme al liberal Ted Kennedy un disegno di legge assai avanzato sull’immigrazione. Ma da due anni si è allineato, e adesso sull’immigrazione è su posizioni leghiste, quelle del tea Party.
E proprio il problema dell’immigrazione è la seconda e più importante ragione di ottimismo repubblicano. Come non smettono di ripeterti tutti (democratici inclusi), l’Arizona ha 600 km di confine con il Messico, compreso un deserto (quello di Sonora) e catene di montagne, difficili da controllare e mete predilette dei coyotes (i passatori che a pagamento accompagnano gli immigrati clandestini, chiamati – per evidenti ragioni – pollos). «Noi abbiamo 450.000 clandestini, più del 7% della popolazione», dice Matthew, «Vicino alla frontiera ci siamo noi, non quelli di Washington», ti ripetono anche nella sede del Partito democratico.
L’Arizona è salita alla ribalta internazionale nella primavera di quest’anno, quando ad aprile il governatore repubblicano Jan Brewer ha firmato la legge SB 1070 sull’immigrazione. In quanto Segretario di Stato, Brewer era il sostituto di diritto di Napolitano (cioè, qui hanno votato per una governatrice democratica e se ne ritrovano uno repubblicano). La 1070 impone alla polizia di fermare, «quando praticabile», persone «ragionevolmente sospette» di essere clandestine e di verificare il loro status. Quel «ragionevolmente sospette» ha fatto infuriare tutti, perché significa che ti fermano in base al colore della pelle (si chiama racial profiling). Non a caso il brutale sceriffo di Phoenix, Joe Arpaio ha appoggiato con entusiasmo la legge. La 1070 esclude anche l’istruzione bilingue (in spagnolo) nella scuola dell’obbligo. La legge doveva entrare in vigore il 21 luglio, ma il giorno prima un giudice ha accolto l’eccezione d’incostituzionalità  avanzata dal governo di Washington. Il 55% degli americani (e il 65% degli arizoniani) è favorevole a questa legge.
«Per noi dell’Arizona è stato un disastro che Obama abbia chiamato Napolitano a Washington. Perché quando c’era lei, il parlamento dell’Arizona aveva approvato due leggi molto simili a questa qui, ma lei aveva frapposto il veto», mi dice Jennifer Johnson, responsabile delle comunicazioni per il partito democratico dell’Arizona: «Se Janet fosse rimasta qui, avrebbe posto il veto alla legge e adesso la 1070 non dominerebbe la campagna elettorale e Obama non avrebbe dovuto impugnarla in tribunale alimentando l’ostilità  contro di sé».
In realtà , Janet Napolitano (di chiara origine italiana), è stata la prima governatrice a chiedere (e ottenere) l’uso della Guardia Nazionale per pattugliare la frontiera ed era «fiera di aver promulgato la legge (allora) più tosta contro i clandestini». È curioso che qui in Arizona tutti vogliano essere tosti (tough): anche Joe Arpaio si vanta di essere «lo sceriffo più tosto d’America». La legge firmata nel 2007 da Napolitano prevedeva che ogni datore di lavoro verificasse lo status di ogni dipendente assunto. Chi assumeva illegali era multato la prima volta, e la licenza gli veniva tolta la seconda. La legge si è dimostrata inapplicabile, per quanto l’economia dell’Arizona dipende dai clandestini: gli ospedali dovrebbero chiudere per mancanza di infermieri e portantini, i ristoranti non avrebbero più camerieri. La differenza era che la legge di Napolitano se la prendeva con i datori dei lavoro dei lavapiatti e degli sguatteri, mentre Brewer se la prende direttamente con gli sguatteri.
Questo mostra che sull’immigrazione la distanza tra repubblicani e democratici in Arizona non è enorme. I democratici pongono più l’accento sui passatori, sui cartelli criminali che sfruttano l’immigrazione clandestina, e anche su una legge complessiva. «Noi siamo contro l’escalation. Adesso se la stanno prendendo con i figli dei clandestini: li vogliono rimandare in Messico, anche se sono nati qui, cittadini Usa di diritto (negli Stati uniti vige lo jus soli, e non lo jus sanguinis), solo perché i genitori erano illegali e quindi in teoria non avrebbero dovuto trovarsi qui». Ma anche i democratici vogliono «sicurizzare il confine», come si dice qui. «Noi ci vediamo arrivare una valanga di immigrati e loro a Washington impugnano questa legge e fanno causa al nostro stato», dice Matthew Roberts.
Ma intanto sulla frontiera si muore più che mai. «Quest’anno si contano 252 morti tra chi tentava di entrare negli Usa, contro una media annua di circa 200. È un record, anche se ci sono meno ingressi rispetto agli anni scorsi», mi dice al telefono Kathryn Ferguson, dell’organizzazione dei Samaritans basata a Tucson, che perlustrano il deserto vicino alla frontiera, con pattuglie comprendenti almeno un medico e un madrelingua spagnolo, per salvare i clandestini che rischiano la morte per sete, per insolazione e per freddo di notte. «Dopo la legge 1070 gli immigrati stanno andando via, per paura di essere rispediti in Messico o di subire vessazioni razziali. Ma sul flusso d’ingresso non ha influito tanto la legge, quanto la recessione economica. Ci sono più morti perché la Border Patrol intensifica le operazioni nelle aree dove il passaggio è meno pericoloso. Quindi gli immigrati sono costretti a varcare la frontiera nei canyons più scoscesi, nelle zone più mortali. Per passare ci vogliono quattro giorni ci cammino. D’estate nel deserto dovrebbero portarsi almeno 16 litri di acqua, non ce la possono fare». Cosa non si fa per diventare uno sguattero!
(1-continua)

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LO SCERIFFO ARPAIO
I «clandestini»? In cella a 50 gradi e con mutande rosa
M. d’E.
INVIATO A PHOENIX (ARIZONA)
«Applaudiamo lo sceriffo Joe Arpaio» gridano i candidati del Tea Party in tutta l’America. Con la sua durezza, i suoi abusi nei confronti degli immigrati e dei detenuti, con le sua pratiche intimidatorie, l’italoamericano Arpaio è il giusto eroe di questo movimento di estrema destra che sta dettando il tono e il registro alla campagna elettorale statunitense. Intanto l’uomo che si definisce «lo sceriffo più tosto d’America» (è il titolo del suo libro autobiografico) è molto anziano, come la maggior parte dei militanti Tea Party. Lui ha 78 anni ma continua a seminare il terrore nella Maricopa County, la provincia dell’Arizona che contiene la città  di Phoenix.
Certo che in questa campagna gli italoamericani stanno dando il meglio di sé: a New York si presenta come governatore Carl Paladino che non la smette di usare espressioni «celoduriste» che in Italia non fanno più impressione, ma qui nessuno te le lascia passare.
Per Arpaio, la polizia era evidentemente una vocazione: figlio di un droghiere emigrato dall’Italia, nel 1950 a 18 anni si arruolò nell’esercito e servì come membro della polizia militare. Congedatosi nel 1954, entrò nella polizia a Washington, per poi trasferirsi a Las Vegas come agente della Narcotici, che poi sarebbe diventata Dea (Drug enforcement administration). Per la Dea avrebbe lavorato in Argentina, Messico e Turchia, per diventare infine capo-area della Dea in Arizona. Nel 1992 è eletto alla carica di sceriffo della contea di Maricopa, per essere poi rieletto altre quattro volte nel 1996, 2000, 2004, 2008, anche se con maggioranze declinanti (66,5% nel 2000, 56,7 nel 2004, 55,2 nel 2008).
Nei suoi 18 anni da sceriffo, Arpaio ha cercato di rivendersi in tutto i modi come il duro che più duro di così non si può, dando prova di una certa fantasia sadica. Ha compiuto innumerevoli irruzioni, con o senza mandato, alla ricerca di immigrati clandestini. Ha rovistato e ridotto in rovine case alla ricerca spesso vana di droga. Ha abusato dei detenuti. Si tenga conto che è incaricato non solo di far rispettare la legge nella Maricopa county, ma anche di gestire la prigione della contea, assicurare la sicurezza del tribunale, il trasporto dei prigionieri, la notifica dei mandati, e così via: attribuzioni che gli conferiscono un’enorme libertà  di manovra.
Oltre alla persecuzione degli immigrati, clandestini o meno, Arpaio fa di tutto per rendere un inferno la vita ai prigionieri. Famose sono le sue «tende» piantate vicino alla prigione, in cui vengono rinchiusi i prigionieri nella torrida estate dell’Arizona, quando la temperatura va verso i 50 gradi: «Se i nostri soldati possono sopportare i 50 gradi in Iraq con un’armatura addosso, senza aver commesso nessun crimine, voi potete ben abituarvici qui», dice. Altra trovata: obbligare i prigionieri a indossare mutande rosa: il motivo ufficiale è che così per i detenuti è più difficile evadere e rubare i boxer; lo scopo vero è umiliarli come «femminucce». Peggio: con lui, ben sei prigionieri sono stati uccisi in cella (nessuno di loro era ispanico). I suoi vice arrestano chiunque sia un po’ marrone (gli ispanici vengono chiamati browns, rispetto ai blacks, i neri). Arpaio ha poi istituzionalizzato una milizia di volontari civili, la Arpaio’s posse che partecipa alla ricerca dei delinquenti e alla loro cattura; al controllo del traffico, sbriga le formalità  burocratiche; assicura il supporto agli agenti giurati e le comunicazioni di emergenza; integra la polizia stradale durante le festività ; partecipa ai rastrellamenti di immigrati.
Ora Arpaio è sotto indagine federale per abuso di potere: ogni volta che qualcuno cercava di limitarne l’autorità  o di presentarsi alle elezioni contro di lui, o di porgli qualche bastone tra le ruote, subito Arpaio faceva partire un’inchiesta per corruzione, o stupro, o pedofilia, indagini mai risolte in un processo, ma sufficienti a distruggere vite e carriere: tra le vittime delle sue persecuzioni, l’assessora all’istruzione e il sindaco di Phoenix, un poliziotto che aveva osato candidarsi sceriffo contro di lui, l’editore del settimanale alternativo New Times che lo punta da 15 anni. Non solo, ma è emerso che lo sceriffo ha usato i fondi destinati alle prigioni per pagare gli straordinari agli agenti che facevano indagini sui suoi nemici politici.
Ma Arpaio ha un vero e proprio talento nel pubblicizzarsi: ha messo in vendita le mutande rosa con il suo nome, in tv ha partecipato a reality shows in cui fa la parte di se stesso.
Così ne parla infatti la segretaria del sindacato Afl-Cio dell’Arizona, Rebekah Friend: «Lo sceriffo è bravissimo nelle public relations, magistrale per vincere elezioni: la prima volta che ci ho avuto a che fare è stato una ventina di anni fa, quando il figlio di amici miei fu ucciso in cella: non se la prende solo con i browns, ma anche con gli anglos e i blacks. La gente lo sottovaluta, pensa che sia un bestione stupido, ma lui sfrutta molto bene il meccanismo mediatico».
Però, più la sua fama cresce fiori dall’Arizona, meno è popolare nella sua contea. Quest’anno nei sondaggi è sceso quasi al 30%, abbandonato non solo da molti democratici, ma anche da chi si è registrato come indipendente. Il destino non sorride a questi italoamericani celoduristi. Anche il sindaco di New York, Rudolph Juliani, era orgoglioso di farsi chiamare lo sceriffo d’America, prima di finire nel dimenticatoio.


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