“In Romania non c’è futuro basta con le discriminazioni”

BUCAREST – Bucarest è piena di desolati condomini di epoca sovietica e i più squallidi – cupi palazzoni di monolocali, con bagni in comune, senza nemmeno l’acqua calda – sono assegnati alla popolazione rom. Rom come Maria Murariu, 62 anni, che assiste il marito agonizzante in una stanza puzzolente non più grande di una cella di prigione. Non trova lavoro da cinque anni. «Per noi non c’è molto qui in Romania» ha detto alcuni giorni fa, al capezzale del marito addormentato. «Adesso che siamo nell’Unione Europea abbiamo il diritto di andare altrove, dove si vive meglio». Migliaia di rom romeni, negli ultimi anni hanno deciso di fare altrettanto, mettendosi in marcia per raggiungere il relativo benessere dell’Europa occidentale, e scatenando uno scontro di grandi proporzioni all’interno dell’Ue su quanto “aperti” siano di fatto i suoi confini. In Europa occidentale in molti hanno reagito con ostilità  all’arrivo dei nomadi rom, spesso poco istruiti e con pochissime qualifiche. Alcuni di loro hanno trovato qualche lavoretto, raccolgono rottami, dipingono case, mentre altri vivono grazie ai sussidi e altri ancora sono dediti a chiedere l’elemosina, commettono furti, vivono in accampamenti inguardabili.
È inverosimile che le espulsioni offrano una soluzione a lungo termine: molti rom espulsi stanno già  pianificando il loro ritorno. In privato, alcune fonti romene si prendono gioco dell’iniziativa francese, affermando che «in questo modo i francesi offrono ai rom una vacanza pagata». Nondimeno, i sostenitori dei diritti dei rom sperano che gli ultimi scontri costringano l’Unione Europea ad aiutare i rom una volta per tutte.
Negli anni in cui la Romania si è impegnata a negoziare il proprio ingresso nell’Unione Europea, aveva promesso di varare programmi atti ad aiutare i rom a integrarsi nella società  romena. Le poche iniziative di successo sono state messe a dura prova dai tagli apportati al budget. «Quella che abbiamo sotto gli occhi in questo periodo è una situazione a dir poco terribile» dice Nicolae Stoica, direttore di Roma Access, un gruppo di sostegno per i rom. «Non hanno speranza alcuna di trovare un posto di lavoro. Se in un mese riescono a mettere insieme 20 euro raccattando rottami vari è già  tanto. Come possiamo dir loro di non andare in Francia a elemosinare per le strade?».
Gli esperti sono del parere che la popolazione rom sia stata profondamente colpita da un insieme di fattori. Tanto per cominciare, i mestieri artigianali che un tempo davano loro da vivere – realizzare pentole in rame o fare i maniscalchi – sono ormai obsoleti e poco richiesti. Anche alcune peculiarità  della cultura zigana non hanno contribuito a migliorare le cose: la loro è una società  patriarcale molto forte, nella quale vige la legge del clan, e i giovani sono spinti a contrarre matrimonio molto presto, così che anche l’istruzione non ha alcun valore.
Non tutti i rom sono poveri, in ogni caso. Nel paese di Barbulesti, circa 40 miglia a nordest di Bucarest, i segni di un relativo successo non mancano: il paese è formato da un agglomerato sfolgorante di case color mostarda o ketchup, con tanto di sfarzose torrette e grondaie decorate, molte delle quali ancora in costruzione. Questo paese ha un sindaco rom, Ion Cutitaru, 59 anni, l’unico di tutta la Romania. Secondo quest’ultimo, un terzo dei 7.000 abitanti del paese si è trasferito nell’Europa occidentale, alla ricerca di lavoro, ma poiché non ha trovato di meglio, chiede l’elemosina per le strade. «Tirano avanti, poi tornano e si costruiscono una casa».
Dalla Francia nelle scorse settimane sono stati espulsi proprio 28 rom di Barbulesti. Tra loro c’è Ionel Costache, 30 anni, che ha detto che tornerà  in Francia quanto prima, già  tra una o due settimane. «Mio figlio aveva un problema agli occhi ed è stato operato in Francia, con un’operazione costata 7.000 euro, una cifra che qui nessuno avrebbe messo a disposizione. Oltretutto non c’è neanche bisogno di lavorare, si può sempre mangiare grazie all’assistenza sociale. Non c’è confronto: la Francia è un posto molto migliore nel quale vivere della Romania».
© New York Times/La Repubblica
Traduzione di Anna Bissanti


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