New deal? No, esce dall’angolo

Obama ha annunciato tre iniziative e abbozzato una controffensiva contro il linciaggio cui la destra repubblicana lo sottopone almeno da un anno. Le prime due iniziative sono di stimolo all’economia. La prima, da 50 miliardi di dollari, per rimodernare l’infrastruttura dei trasporti (ponti, tunnel, ferrovie, piste aeree) che cadono letteralmente a pezzi. È quest’annuncio ad aver fatto gridare a sconsiderati giornalisti nostrani al «New Deal» di Obama. Ma questo piano sta al New Deal come una formica sta a un elefante. Per rimettere le cose in prospettiva, consideriamo che 50 miliardi di dollari di opere pubbliche (per di più spalmati su sei anni) vanno confrontati 1) con i 3.000 miliardi spesi per salvare le banche; 2) con i 14.000 miliardi di dollari del Prodotto interno lordo (Pil) Usa, di cui sono appena lo 0,3 %; 3) con i lavori pubblici del New Deal, che ammontarono circa all’intero Pil Usa dell’epoca; 4) con i 225 miliardi di dollari necessari ogni anno al semplice mantenimento della rete autostradale Usa. Una goccia nell’oceano.
È comunque difficile (quasi impossibile) che il Congresso stanzi questa somma prima di sciogliersi: va vista quindi come mossa elettorale verso i propri disaffezionati votanti sindacalizzati e un tentativo di puntellare i propri pericolanti deputati uscenti.
Ma lo strombazzato «New Deal obamiano» impallidisce ancor di più di fronte al secondo annuncio lunedì: 200 miliardi di dollari (il quadruplo) in esenzioni fiscali per gli investimenti capitali, cioè acquisto di macchinari. Questa mossa mira in parte a rilanciare l’economia, ma soprattutto a smorzare l’ostilità  crescente che il capitale e l’industria nutrono verso il presidente e il suo partito. È un gesto conciliatore nei confronti delle imprese (e dei parlamentari repubblicani).
La terza scelta forte annunciata ieri sera va in senso contrario: è di opporsi alla proroga degli sgravi fiscali per i super-ricchi, sgravi voluti e approvati nel 2001 da George W. Bush e che sono stati determinanti per l’esplodere dei deficit di bilancio statale degli ultimi anni, ancor prima della crisi e dell’ulteriore aggravio dei conti pubblici. Questa decisione è un atto di rottura che provoca divisioni anche in campo democratico. Obama manterrebbe infatti gli sgravi fino ai redditi di 250.000 dollari annui per le coppie e di 200.000 dollari per i singles. Questa mossa rappresenta il bastone di cui i 200 miliardi di sgravi per gli investimenti capitali sono la carota. Ha dalla sua la forza dell’argomento di contribuire a ridurre il deficit pubblico; ma ha anche un enorme valore simbolico per l’elettorato di sinistra orfano di equità  fiscale. Ritornare almeno alla situazione ante 2001 (già  scandalosamente vantaggiosa per i ricchi, a causa della vittoriosa rivoluzione reaganiana) sarebbe un segnale importante.
Il dispositivo di queste tre scelte simboliche – nessuna ha una vera probabilità  di realizzarsi – esprime lo stato di quasi disperazione politica a cui è ridotto un presidente che due anni fa era portatore di tante speranze. Oggi i repubblicani ricevono pareri favorevoli dal 51% dell’elettorato (contro il 40 % dei democratici) e pensano di avere buone probabilità  di conquistare 40 seggi alla camera per ribaltare la maggioranza. Solo il 38% degli americani approva il modo in cui Obama sta gestendo la crisi economica. E la disoccupazione non diminuirà  prima del voto nel primo giovedì di novembre.
Obama sta cercando quindi di uscire dall’angolo, magari non «pensando in grande» come gli chiede il premio Nobel dell’economia Paul Krugman, ma almeno «non pensando in piccolo». Soprattutto Obama sta reagendo ai colpi sotto la cintura di cui è incessante bersaglio da mesi, delle proprie foto in turbante arabo, truccato da Osama Bin Laden, del vedersi chiamato sempre Hussein (suo secondo nome), della campagna razzista e xenofoba che lo colpisce doppiamente in quanto nero e figlio di uno straniero. È tutta l’estate che la tribù bianca Usa fa la vittima: vittima del nero alla Casa bianca che vuole vendicarsi per due secoli di schiavismo; vittima degli immigrati latinos che vengono a lordare le città ; vittima di quei terroristi di musulmani che vogliono persino costruire moschee a New York.
Il fatto è che – come in Europa – la simultaneità  tra xenofobia razzista da un lato e disoccupazione e crisi economica dall’altro, non è una coincidenza casuale, ma l’una è figlia e diretta conseguenza dell’altra. Immaginate come agirebbero i buoni Bà¼rger tedeschi se fosse stato eletto un cancelliere turco, almeno a stare ai libri scritti dai banchieri della Bundesbank! Perciò adesso, magari troppo tardi, Obama si è deciso a contrattaccare l’establishment repubblicano che cavalca la tigre razzista e se la prende con il capo della minoranza al Congresso John Boehner e gli rinfaccia di «trattarlo come un cane». Un augusto proverbio dice che «non è mai troppo tardi». Speriamo.


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