Melfi, la democrazia si ferma ai cancelli

Se uno vuol capire cosa significa la definizione di «sindacati complici» (la cui paternità  risale al ministro anti-lavoro Maurizio Sacconi) basta guardare quel che è successo ieri, alla Fiat Sata di Melfi. Un’assemblea per spiegare a tutti i lavoratori cosa sta succedendo tra l’azienda e tre di loro è stata impedita con il concorso decisivo di Cisl, Uil, Ugl e Fismic, che hanno trasformato un’occasione di democrazia in una querelle burocratica degna del peggior ceto politico…
L’assemblea era stata convocata dai delegati rsu di Fiom Cgil, Cub e Failm sulla vicenda dei tre licenziati con l’accusa di aver volontariamente bloccato la produzione durante uno sciopero, pienamente scagionati dalla ricostruzione fatta in tribunale e quindi reintegrati in fabbrica con sentenza del giudice. L’azienda pretende però di tenerli fuori dai reparti. I tre chiedono di tornare al loro lavoro, non di girarsi i pollici in stanzetta sindacale, per quanto pagati fino al 6 ottobre (giorno del ricorso Fiat in tribunale). Si sarebbe parlato anche di «Fabbrica Italia», «modello Pomigliano», deroghe al contratto» chieste non solo dalla Fiat ma ormai da tutta Federmeccanica (e a seguire, facile previsione, da tutta Confindustria). Secondo il contratto nazionale, il diritto di convocare «assemblee retribuite» spetta alle rsu aziendali, a maggioranza.
A Melfi i metalmeccanici Cgil sono «soltanto» il primo sindacato, ma non hanno la maggioranza assoluta. Si era fatto però affidamento sull’«accordo tra gentiluomini», sull’importanza oggettiva dello scontro in atto e sul fatto che nello stabilimento non se fanno da almeno otto mesi (6 ore e 50 minuti ancora inutilizzati, dopo che già  lo scorso anno erano state «regalate» ore all’azienda)). La Fiat stessa non aveva trovato da eccepire, dopo che ben quattro richieste avanzate in precedenza erano rimaste senza risposta. Forse consapevole di rischiare un’altra denuncia per «comportamento antisindacale», si era limitata a segnalare – con una nota scritta – in suo consenso se «la maggioranza della rsu» non si opponeva. Detto fatto: niente assemblea, ma una «riunione» della rsu domani per «decidere come condurre un’assemblea con 5.000 persone». Un evento davvero inusuale, per dei sindacalisti all’oscuro del fatto che quei 5.000 vanno divisi su tre turni. Le lettere «anti» erano addirittura due: una che parlava di questa riunione, l’altra che «spostava» l’assemblea a data da definire. Se uno ha l’abitudine e l’interesse per la democrazia…
Dalle motivazioni portate dai rappresentanti di Fim-Cisl e Uilm, in effetti, si capisce che i lavoratori in carne e ossa si preferisce non incontrarli. Per Vincenzo Tortorelli, segretario Uilm regionale, infatti, «è capitato più volte che siamo stati attaccati durante un confronto democratico». Antonio Zenga,collega Cisl, batte sullo stesso tasto: «vogliamo evitare assemblee che devono essere sospese perché dirigenti sindacali contestano e non fanno parlare altri colleghi». Insomma, dipingono un quadro interno quasi da anni ’70, con platee tumultuanti e loro presi di mira dagli «estremisti». Un autentico controcanto alle accuse dell’azienda, ripetute a Rimini da Marchionne. Nella foga del voler corrispondere ai desiderata aziendali, al dunque, non si accorgono di dipingere se stessi come un’entità  estranea (se non addirittura ostile) agli interessi dei lavoratori.
Come fanno notare diversi delegati Fiom, «l’assemblea è un diritto dei lavoratori, non dei sindacati». Annullarle di fatto – perché non vengono convocate, o addirittura si impedisce ad altri di farlo – è un «dispetto» a loro, non a una sigla concorrente.
Le tre assemblee previste a fine o inizio turno – presente il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini – si sono perciò trasformate in un presidio all’inizio del secondo turno, con tanto di sciopero di un’ora per poter incontrare gli operai. Com’è ovvio in casi del genere, la partecipazione è stata più ristretta (circa 200 lavoratori) e non ha potuto coinvolgere la totalità  (800, al reparto montaggio). E proprio questo era l’obiettivo di chi – azienda e/o sindacato – ha voluto impedire l’assemblea generale.
Perché il problema vero è esattamente questo: oltre ai tre licenziamenti, i lavoratori di tutto il gruppo Fiat sono aggrediti da un progetto di ristrutturazione generale che ne mette radicalmente in discussione diritti, norme contrattuali (ben 8 «deroghe» ognuna delle quali disegnerebbe già  da sola un altro vivere in fabbrica). I sindacati «aziendalisti» – accusano diversi delegati – non hanno fin qui fatto neppure un volantino da appendere in bacheca. Tutta l’informazione sul proprio futuro, quindi, dipende dal lavoro di chi cerca di metterli al corrente dei fatti, giorno per giorno, persona per persona. Un’assemblea retribuita» (come da contratto, si diceva) permetterebbe a tutti di sapere cosa sta accadendo. Chi si oppone, quindi preferisce di fatto il silenzio. L’ignoranza che lascia il lavoratore da solo, nella debolezza più assoluta.
Tra le cose che stanno cambiando c’è anche il contratto. Fiat ne vuole uno tutto nuovo per l’auto (sagomato sul «modello Pomigliano). Con una curiosa contraddizione: nel prossimo consiglio di Federmeccanica, martedì prossimo, il Lingotto dovrebbe disdettare il contratto unitario del 2008 (firmato anche dalla Fiom), riconoscendolo quindi tuttora in vigore. Ma «chiede deroghe» che sarebbero invece discutibili secondo il «contratto separato» firmato solo dai «complici». Chi è che «non rispetta gli accordi sottoscritti»? 5.000
DIPENDENTI DELLA SATA-FIAT
Una città  vera e propria, considerando l’indotto. Ma «non devono sapere» cosa accade a qualcuno di loro. E tantomeno cosa stanno preparando, sulle loro teste, l’azienda, in sindacati «complici» e il governo Berlusconi


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