La nuova vita dei pirati. “E ora facciamo politica”

HOBYO, SOMALIA. Ismail Haji Noor, funzionario di un governo locale, è arrivato recentemente in questo famigerato covo di pirati con un semplice messaggio: «Abbiamo bisogno del vostro aiuto». Con i guerriglieri islamisti Shabab che dilagano nel Paese e il governo somalo ufficiale filo-americano appeso a un filo, Noor sta su una spiaggia fiancheggiato da decine di pirati armati, con sullo sfondo due navi dirottate, e annuncia: «Da questo momento lavoreremo insieme». Ha abbracciato molti capi pirati chiamandoli «fratelli»; più tardi, ha spiegato che considerava i pirati dei criminali ma che in questo momento gli Shabab sono una minaccia molto più seria. «Schiacciati fra i due, siamo costretti a diventare amici dei pirati», dice Noor.
Per anni le bande di pirati somali, armate fino ai denti, si sono accontentate di rapinare e dirottare navi in mare aperto, senza immischiarsi nella complicata guerra civile in corso sulla terraferma. Ma ora le cose stanno cambiando e i pirati si stanno schierando: da entrambe le parti.
Mentre le autorità  locali a Hobyo hanno subappaltato ai pirati il compito di difendere i villaggi della costa e bloccare l’avanzata degli Shabab, più giù, a Xarardheere, un altro covo di pirati, gli anziani raccontano che recentemente un gruppo diverso di corsari ha accettato di dividere il bottino con gli Shabab e Hizbul Islam, un altro gruppo islamista ribelle.
I guerriglieri islamisti inizialmente avevano promesso di estirpare la pirateria da Xarardheere, sostenendo che si trattava di un’attività  empia, ma a quanto sembra il richiamo del denaro ha avuto la meglio. Sembra l’inizio del peggiore incubo somalo per l’Occidente: due delle industrie più fiorenti del Paese, la pirateria e il radicalismo islamico, che uniscono le forze.
I pirati somali sono notoriamente opportunisti («Vogliamo solo i soldi» è il loro mantra), perciò non è chiaro quanto possano durare queste nuove alleanze di comodo. Ma i capi-clan lungo la costa somala dicono che i pirati stanno diventando più ambiziosi, che re-investono il loro bottino in armi pesanti e milizie di terra e che ormai potrebbe diventare impossibile per una forza armata di queste dimensioni (i pirati sono migliaia) rimanere a guardare. «Stanno diventando sempre più forti. Prima investivano i loro soldi solo in barche e per uscire in mare, ma ora si stanno costruendo una forza militare», dice Mohamed Aden, un capo-clan della Somalia centrale.
Prendete lo sfuggente e potente capo pirata Mohamed Garfanji, emerso brevemente dall’ombra due settimane fa per guidare un gruppo di giornalisti stranieri a Hobyo, la sua base operativa. I giornalisti erano stati invitati dall’amministrazione dello Stato di Galmudug, un governo locale che cerca di assumere il controllo della regione. Ma Hobyo è una comunità  dove ci sono solo i pirati, dove per le strade sabbiose vedi ragazzini di dieci anni con il Kalashnikov: la visita poteva svolgersi solo con la benedizione di Garfanji. Durante un incontro con gli anziani di Hobyo, Garfanji si è affacciato alla porta e ha mugugnato che potevano parlare con i giornalisti e che i giornalisti potevano scattare delle foto. Dopo di che, è svanito.
Si calcola che Garfanji avrebbe dirottato una mezza dozzina di navi e usato i milioni di dollari ricavati dai riscatti per costruire una piccola divisione di fanteria di diverse centinaia di uomini, 80 mitragliatrici pesanti e una mezza dozzina di grossi camion con cannoni antiaerei: un’attrezzatura di ben altro genere rispetto al tradizionale equipaggiamento del pirata, imbarcazioni leggere e rampini da arrembaggio. Alcuni dei suoi soldati indossano jeans, altri sfoggiano uniformi mimetiche nuove di zecca e sembrano più organizzati di qualsiasi altra milizia somala.
La motivazione originaria di Garfanji probabilmente era il puro e semplice profitto: mettendo insieme una forza temibile sulla terraferma nessuno avrebbe potuto costringerlo a pagare il pizzo. Ma ora i suoi soci dicono che il suo esercito pirata è stato creato per fermare Hizbul Islam e gli Shabab.
Molti pirati sembrano contenti di dare una mano alla politica: anche se nel 2010 gli affari sono andati a gonfie vele (più di 30 navi dirottate con decine di milioni di dollari di riscatto), la sempre più massiccia presenza di navi da guerra al largo della costa somala comincia a farsi sentire. Centinaia di pirati sono in prigione e un numero ancora maggiore è disperso in mare, probabilmente affogato.
(Copyright New York Times – La Repubblica. Traduzione di Fabio Galimberti)


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