L'”altra Neda” è fuggita dall’Iran

LA MORTE di Neda Agha-Soltan ha sconvolto milioni di persone in tutto il mondo. Poco più di un anno fa la studentessa iraniana fu uccisa dalle milizie di Ahmadinejad in una strada di Teheran.

Su un video che fu fatto girare in rete, milioni di persone videro gli ultimi momenti della giovane donna colpita a morte da un proiettile della polizia, riversa a terra con gli occhi ancora aperti e fiotti di sangue che uscivano dal naso e dalla bocca, mentre alcune persone cercavano inutilmente di soccorrerla e un uomo vicino gridava il suo nome: «Neda!». Quell’immagine fu la prova schiacciante della brutale repressione del regime iraniano contro i milioni che protestavano contro la truffa elettorale che riportò al potere Ahmadinejad. Neda diventò l’icona del movimento di opposizione.
Tra chi vide quell’immagine sconvolgente c’era un’altra giovane iraniana. Aveva un cognome simile a quello della ragazza uccisa, Soltani, e anche lei frequentava la stessa università  Azad, anche se – di quattro anni più vecchia di Neda Soltan – ormai come insegnante; e anche lei veniva chiamata familiarmente Neda, sebbene il suo nome vero fosse Zahra: è molto comune oggi in Iran che donne che hanno ricevuto nomi tipicamente islamici come Zahra o Fatemeh, preferiscano farsi chiamare con nomi che non appartengono alla tradizione islamica.
Non appena il video della morte di Neda venne diffuso su internet la stampa internazionale cercò di capire chi fosse quella ragazza. Dalla rete emerse così una foto di Neda Soltani, 33 anni, molto somigliante alla vittima, almeno per quanto permetteva di vedere il foulard che le copriva la testa. La sua foto fu pubblicata su internet come quella della ragazza uccisa e mostrata in diversi reportage televisivi.
Un errore che «ha cambiato la mia vita», racconta oggi Neda (Zahra) Soltani, ormai al sicuro in Germania dove ha ottenuto asilo politico. La sua tranquilla esistenza tra casa e insegnamento a Teheran ebbe infatti immediatamente fine. Lei ricorda ancora la sorpresa di trovare decine di messaggi sulla sua mail, e lo shock di quando scoprì di essere data per morta. Lei naturalmente smentì, rivelò il caso di omonimia, e altrettanto fece la famiglia dell’altra Neda, pubblicando in rete le vere foto della ragazza uccisa. Ma le autorità  iraniane, che cercavano disperatamente di contrastare il video che rivelava le dimensioni della violenza usata contro manifestanti inermi, pensarono di aver trovato il modo per beffare il mondo. Il 24 giugno, il giorno dopo la pubblicazione delle foto sul web, la polizia segreta era già  sulle sue tracce. Impaurita, Neda Soltani cercò di mettersi in contatto con i media internazionali per spiegare l’errore e con Amnesty International per chiedere aiuto. L’intelligence la prelevò per un primo interrogatorio tre giorni dopo. «Volevano convincermi a presentarmi alla televisione iraniana per affermare che Neda era viva e che il video era solo una montatura, volevano che dicessi che la mia foto era stata data ai media occidentali dall’ambasciata greca». Poi passarono alle minacce e le misero di fronte il tabulato delle chiamate che aveva fatto a Amnesty International, dicendo che non aveva scelta: o faceva come loro dicevano o sarebbe stata accusata di spionaggio. Il giorno dopo Neda Soltani lasciò l’Iran. «Tutto quello che avevo era uno zaino, il mio laptop e una borsetta», racconta al New York Times. Rimase in Turchia per nove giorni, poi passò in Grecia e di lì in Germania.
Ora Neda Soltani vive nelle vicinanze di Francoforte, non ha un lavoro, e si sente sperduta. «Ho nostalgia di casa. La mia vita è stata sconvolta dai media occidentali e dalla polizia segreta iraniana. Spero che almeno i media si rendano conto di quello che hanno fatto».


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