La “vendetta” dell’Impero celeste a un secolo dallo schiaffo di Versailles

Nani d’Oriente, spregevoli pirati, poi aggressori colonialisti, stupratori e assassini sadici… questa l’immagine dei giapponesi che i cinesi hanno coltivato nell’arco dell’ultimo secolo.
Eppure c’è stato un momento in cui il Giappone, potenza emergente dell’Oriente, vittorioso nel 1905 sull’impero zarista a Port Arthur, fu esaltato perfino da un giovanissimo Mao già  desideroso che «il vento dell’Est prevalesse su quello dell’Ovest»: fosse pure un vento giapponese. Tokyo, a cavallo tra Ottocento e Novecento, stava compiendo la sua radicale modernizzazione, una Riforma che era una rivoluzione ma non voleva apparire come tale: la riforma imperiale Meiji. Perché la Cina non poteva seguirne l’esempio e dare una risposta all’Occidente simile a quella nipponica? Centinaia, migliaia di giovani cinesi desiderosi di «salvare il paese» andarono a studiare nelle moderne università  di Tokyo, create secondo i modelli europei: Sun Yat-Sen, il padre della Repubblica cinese del 1911, Lu Xun, il grande scrittore spirito critico della difficile rinascita cinese, e con lui tanti altri poi impegnati nella lunga marcia cinese verso il riscatto nei confronti dell’Occidente, in primis, e del suo più zelante allievo orientale, il Giappone, rivelatosi ben presto agli occhi cinesi come il più pericoloso degli aggressori.
La Cina, si diceva nei primi decenni del secolo scorso, è una grande foglia di gelso, e il Giappone è il piccolo baco da seta che inesorabilmente la ingoierà . Dalla esaltazione alla esecrazione del paese del Sol Levante, per i cinesi il passo è stato breve e traumatico.
I primi moti studenteschi popolari che scossero la Cina, l’immenso corpo diviso del grande malato dell’Asia, furono anti-giapponesi: la protesta studentesca e popolare contro le decisioni del trattato di Versailles che regalava al Giappone i vantaggi territoriali della Germania in Cina, ignorando il contributo cinese alla causa dei vincitori, fu la scintilla che fece divampare l’incendio. Era il 4 maggio del 1919, data che ancora oggi si celebra in Cina perché segna, secondo la vulgata maoista e nazionalista l’inizio della riscossa anti-occidentale. Ma la Cina, invece di prendersela contro l’Occidente, se la prende con il piccolo Giappone, una nullità  per il Celeste Impero, ma che in quel momento incarna con il suo militarismo spinto l’aggressività  altrui. Come da noi la cultura popolare (film, canzoni, romanzi) esalta la Resistenza identificata quasi univocamente con la lotta contro l’invasore tedesco, così in Cina, dal 1949 fino ad oggi, il nemico crudele è sempre stato il «diavolo giapponese».
E il fatto che ancora fino a ieri i leader del democratico Giappone siano andati ogni 15 agosto (giorno della Rimembranza di tutti i militari caduti) a rendere omaggio ai criminali di guerra del tempio Yasukuni di Tokyo, era per i cinesi la riprova che la partita non era ancora del tutto chiusa.
Il sorpasso cinese del Prodotto interno lordo giapponese ha segnato il punto della fine di partita? Probabilmente sì. Comunque, la Cina ha raggiunto un traguardo, quello di non aver più niente da dimostrare a nessuno: e ciò rende più fluido il rapporto con gli Stati Uniti che ora può gestire secondo i suoi tempi e i suoi interessi, avendo assolto il suo più pesante «debito di sangue» con la storia dell’ultimo secolo.


Related Articles

Disfatta storica per la Merkel vola la Spd, Cdu mai così in basso

Il voto in Germania Crollo in Nordreno-Westfalia. Trionfa la rivale Kraft  Otto punti in meno per i centristi, avanzano i liberali Maggioranza assoluta alla sinistra 

«Ritirata tattica» degli insorti

Inquiete e irritate le petro-monarchie. Si può aprire una fase nuova? Condanna di Damasco all’Onu

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment