Il conflitto infinito che le leggi speciali non riescono a spegnere

La crisi che infiamma il Kashmir in queste settimane ha per protagonisti adolescenti che tirano pietre, ma ha una portata che va oltre i confini locali, ben oltre quelli della stessa India. E questo è perché il Kashmir, vallata verdeggiante in piena catena himalayana, territorio a maggioranza musulmana, è uno dei problemi irrisolti della Spartizione che nel 1947 ha dato vita a due nazioni separate nel subcontinente indiano, il Pakistan musulmano e l’India laica e multireligiosa. Da allora è stato l’oggetto di due delle tre querre dichiarate tra India e Pakistan (nel 1947-48 e nel 1965), di una guerra non dichiarata (nell’estate del 1999) e di una lunga «guerra a bassa intensità » combattuta negli ultimi vent’anni per interposti guerriglieri jihadi.
I kashmiri tornano sempre al ’47 per spiegare perché il verdeggiante paese sia diventato un inferno. Il trattato con cui il locale maharaja Hari Singh (hindu) accetto di accedere all’India, d’accordo con il leader nazionalista riconosciuto, Sheikh Abdullah (musulmano) stipulava per lo stato di Jammu e Kashmir un’ampia autonomia amministrativa. Ma così non fu: i kashmiri – moderati o radicali, musulmani o la minoranza hindu locale – elencano governi sciolti d’autorità  da New Delhi e elezioni truccate per spiegare perché nel 1989 è cominciata protesta civile di un ampio schieramento sociale e politico, e poi la rivolta.
I primo gruppo armato, il Jammu e Kashmir Liberation Front, durò poco: giovani con idee di lotta di popolo, il loro leader Yasin Malik fu presto arrestato e nel ’94 il Jklf ha rinunciato alla lorra armata. Ma altri protagonisti avevano ormai preso il sopravvento, guerriglieri professionisti venuti dal Pakistan, armati di ideologia jihadi, armi e aiuti. E’ stata una guerra sporca di servizi segreti, ha fatto decine di migliaia di morti, migliaia di desaparecidos e una scia di ingiustizie e violazioni dei diritti umani. E questo è il problema di oggi.
Il periodo più buio è passato, nel 2003 il governo indiano ha proclamato sconfitta la guerriglia jihadi: ma la militarizzazione del teritorio resta. Il Kashmir sente di vivere sotto occupazione. E sì negli anni tra il 2005 e il novembre 2008 (l’attacco a Mumbai) tra India e Pakistan era cominciato il dialogo finora più promettente dal 1947. Per misura di «fiducia» era ripreso il servizio di autobus tra il kashmir indiano e la parte occupata dal Pakistan dal ’47. Era cominciato un dialogo tra Delhi e le forze moderate della Hurriyat Conference, 8la «Conferenza della libertà »).
Ma le leggi speciali che permettono alle forze di sicurezza di fermare, detenere, controllare sono rimaste in vigore. E oggi una nuova generazione di ragazzi vissuti sotto occupazione è in rivolta.. «Un popolo in fermento non può essere trattato come dei guerriglieri», commentava giorni fa il quotidiano The Hindu, che chiedeva al premier Manmohan Singh «un gesto di leadership»: offrire scuse, giustizia, e una via d’uscita.


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