Dal panino global al caffè low cost piccoli Davide sfidano le multinazionali.

«E ITTE funtis narando?…», si chiede adesso il giovane imprenditore Ivan Puddu, in cucina tra un culurgione e una sebada. «Ma questi che stanno dicendo?…». Questi, cioè gli avvocati di McDonald’s che hanno intimato a Puddu di levare il “Mc” davanti al suo marchio “Mc Puddu’s”. E lui, obbediente, ha eseguito, diventando nel giro di poche ore un più mite “De Puddu”.

Era global, ora è di nuovo local. Una di quelle storielle tristi che fanno morire dal ridere.
«La multinazionale dell’hamburger sostiene che il mio Mc poteva confondere il consumatore. Ma quando? Ho due piccoli negozi alimentari con la mia fidanzata Martina, qui facciamo i culurgiones, sfoglie di pasta ripiena di patate e formaggio, anzi veramente li fa mia suocera. Mica panini imbottiti. Però non importa, non ho soldi da buttare in avvocati». Ora che tutta Italia parla di lui, c’è il sospetto di un’operazione pubblicitaria (involontaria?) colossale: «Ma io non posso mica sfornare migliaia di pezzi, mi limito a offrire una birra agli amici del paese, Santa Maria Navarrese, nell’Ogliastra, felice che si parli di prodotti e realtà  locali. La pasta dei culurgiones cuciti con le dita la preparano anche i bambini, la domenica, nelle case sarde, sa di buono e di antico, è un rito di famiglia».
Dunque, Davide impasta e tira la sfoglia addosso a Golia, ai suoi cetrioli indigeribili e alle sue salse tremende. E la Regione Autonoma della Sardegna gli arma la mano contro il gigante. «L’Italia subisce ogni anno danni per 70 miliardi di euro a causa di falsi e imitazioni alimentari: diffidare un commerciante di tipicità  sarde per il solo suffisso Mc, suona perciò come una beffa», dice l’assessore all’agricoltura Andrea Prato, nel cognome un destino.
Ma cosa racconta, questa bizzarra vicenda? I colossi patiscono davvero il solletico delle botteghe? «Un’arroganza così stupida, che mi verrebbe voglia di aprire un Mc Carlin’s!», risponde Carlin Petrini, presidente di Slow Food. «Il prefisso Mc vale l’italiano De, oppure l’irlandese ‘O, dichiara l’appartenenza a una famiglia, mica è un’esclusiva di McDonald’s. Il signor Puddu ha tutta la mia solidarietà : ha fatto male a cambiare nome, qui serve una risposta mondiale contro chi ha rotto proprio le scatole. Anche perché sono sicuro che, in tribunale, McDonald’s perderebbe».
Se Davide mangia i tortelli e Golia vuole imporre il cheeseburger (regalando magari i bicchieri colorati, compreso l’introvabile color azzurro), si tratta di commercio ma anche di antropologia. E allora che ne pensa l’antropologo? «Oltre il ridicolo dell’elefante che se la prende con la formica, questa vicenda segnala l’anomalia di un produttore globale che ignora il locale», risponde il professor Giulio Angioni. «Eppure, è dimostrato che il primo non sopravvive senza il secondo. Poi, mi chiedo se fosse davvero il caso di usare quel prefisso all’americana». Forse, l’errore è copiare i grandi e poi lamentarsi se questi si ribellano. «Perché richiamarsi a McDonald’s?», si chiede infatti lo scrittore Salvatore Niffoi. «Siamo di fronte a un imperialismo alimentare e linguistico, contro la cucina della memoria e il valore della lentezza. La definirei un’aggressività  regressiva. È anche vero che certi prodotti popolari stanno diventando di nicchia, costosissimi e per pochi, dunque elitari. E ormai, per campare si va al discount».
E magari i grandi e piccoli negozi possono anche non litigare. «Anzi, è indispensabile convivere», dice Giuseppe Brambilla, amministratore delegato di Carrefour Italia, 1450 negozi, 24 mila dipendenti. «L’ottanta per cento dei nostri punti vendita, non solo ipermercati ma anche piccoli negozi, è gestito da imprenditori: se hanno prodotti locali da valorizzare, penso al pane o alla carne, possono farlo. Quello che conta è offrire qualità  corretta a prezzi bassi, arrivando a un risparmio per il cliente di oltre il 15 per cento. I prodotti del territorio sono indispensabili, senza assurdi combattimenti. La nostra logica si basa sulla flessibilità  dell’offerta. È chiaro che, talvolta, il piccolo negoziante può soffrirne, però il mercato va in una direzione chiara: ci sono sempre meno soldi da spendere. Nulla contro i prodotti di nicchia, però non tutti se li possono permettere».
Forse la soluzione del problema è un asse da stiro. Quello che l’economista Mario Deaglio ha comprato proprio ieri mattina, in un ipermercato: «Ma la prossima volta, forse, lo ordinerò su Internet e me lo farò consegnare a casa il giorno dopo, risparmiando. La rete mette d’accordo locale e globale, è il famoso terzo litigante che gode: lì c’è posto per tutti, senza limite di scaffali. Detto questo, alla grande distribuzione imporrei due regole. La prima: concedere sempre uno spazio ai produttori locali. La seconda: se chiude il negozietto di paese, si deve aprire un altro punto vendita per non lasciare scoperta la zona. Bisogna fare in modo che i centri commerciali non siano distruttivi». Altrimenti, si va a stirare col computer.


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