Trivelle della Bp vicino alla Sicilia

LONDRA – Per un anno e mezzo la Geowawe Endeavour, la nave ammiraglia della flotta di ricerca della Bp, ha esplorato disperatamente i fondali del Golfo della Sirte a caccia di petrolio. Navigando giorno e notte, sotto il sole o durante le tempeste, rifornito in alto mare e rientrando in porto solo per le manutenzioni irrinunciabili, il “vascello pirata” dei geologi britannici ha setacciato palmo a palmo il mare di Gheddafi. È quel tratto di Mediterraneo che il colonnello ritiene da sempre proprietà  esclusiva della Libia, un diritto che la buonanima di Ronald Regan gli contestava di continuo, anche con violenza, spingendo i caccia F-15 e le portaerei della US Navy ben oltre la “linea rossa” che unisce Tripoli a Bengasi.

E’ stato lo studio geologico più massiccio mai condotto dalla Bp, una ricerca in 3D per scoprire dove fossero i maggiori giacimenti di idrocarburi che il colonnello aveva offerto alla multinazionale britannica del petrolio. Il petrolio evidentemente c’è, perché ieri la Bp ha confermato una anticipazione del corrispondente romano Financial Times: mentre nel Golfo del Messico la società  combatte ancora per arginare il disastro della “Deepwater Horizon”, nella Sirte inizierà  ad estrarre petrolio fra poche settimane, bucando i fondali a 1.700 metri sotto il livello del mare. Saranno 200 metri più in basso rispetto al pozzo Macondo saltato al largo della Louisiana; ma soprattutto saranno 560 chilometri dalla Sicilia, 590 da Lampedusa, 790 da Pantelleria, 515 dalla Tunisia.
Tutte le storie di petrolio hanno un intreccio inevitabile con storie di potere, politica, servizi segreti. Questa della Bp con la Libia sembra superare ogni aspettativa. Ieri al Financial Times la conferma della decisione di estrarre nella Sirte l’ha data Tony Hayward, l’ad di Bp. L’uomo che oggi vede vacillare il suo posto sotto la marea nera del Golfo del Messico nel 2007 per la Bp firmò l’accordo da 1 miliardo di dollari con i libici: dall’altra parte del tavolo c’era il capo della National Oil Corporation libica, quel dottor Shukri Ghanem che da anni guida l’industria petrolifera libica. Vicino a Saif el Islam, il figlio più attivo di Gheddafi, nei mesi scorsi Ghanem era stato sostituito brevemente alla guida della Noc, salvo ritornare rapidamente in sella grazie anche all’intervento del giovane Saif.
Hayward, l’uomo che per settimane ha nascosto la testa sotto la sabbia mentre il petrolio inondava il Golfo del Messico, da mesi era dunque continuamente aggiornato dell’importanza dei giacimenti libici. Quando all’inizio del 2009 il governo Brown negoziava la libertà  per l’ultimo terrorista libico rimasto in carcere per la strage di Lockerbie, Hayward sapeva bene che i libici erano ancora in grado di bloccare la Bp nella Sirte. Il 22 agosto 2009 sarà  proprio Saif Gheddafi ad accogliere sulla scaletta dell’aereo a Tripoli Abdelbasset el Megrahi, trasferito da Londra in sedia a rotelle con una diagnosi di cancro terminale alle ultime settimane. Ma il “caso” el Megrahi con i dubbi sorti sul suo vero stato di salute e il disastro del Golfo del Messico hanno però creato per Hayward una miscela esplosiva, una crisi imprevedibile per Bp. Il premier britannico David Cameron non era al potere nell’agosto del 2009, ma quando la settimana scorsa Barack Obama lo ha ricevuto alla Casa Bianca gli ha fatto un solo rimprovero: perché avete liberato il terrorista libico? 
«Adesso le cose sono più chiare», dice un diplomatico europeo che conosce bene la Libia, «i libici hanno chiesto a Londra la liberazione di Megrahi come ciliegina sulla torta al contratto Bp, e hanno usato quella liberazione ai fini interni, per rafforzare il ruolo di Saif agli occhi dell’opinione pubblica ma soprattutto dei circoli interni scettici sulla capacità  del giovane di governare dopo il padre».
Per Bp ora però si aprirà  di sicuro un nuovo fronte, quello su cui combatteranno gli ambientalisti che non vogliono le sue piattaforme al largo di Malta e Sicilia. «Uno non smette di volare perché c’è stato un incidente aereo», diceva ieri al Ft il libico Ghanem. E’ vero, ma questo non basterà  a frenare la preoccupazione di chi vedrà  all’improvviso il Mediterraneo come teatro di un possibile disastro ecologico stile-Lousiana. «Il problema non è la Bp o la Libia», dice Antonio D’Alì, presidente della Commissione ambiente del Senato, «ma il fatto che in mare non ci sono confini, e se dovesse esserci un incidente gli effetti si sentiranno in tutto il Mediterraneo». Sul fronte del petrolio si annuncia ancora una calda estate per la Libia di Muhammar Gheddafi.


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