“Vivere al tempo dei Taliban” in un blog paure e speranze delle donne dell’Afghanistan

«La provincia dove vivo, a sud di Kabul, è piena di Taliban. I miei cugini sono stati uccisi due giorni fa perché lavoravano per il governo. Nessuno ha detto nulla. Tutti gli uomini hanno la barba. I matrimoni sono silenziosi, perché abbiamo paura di mettere la musica. Vado a lavoro e mio padre mi rimprovera perché dice che sto rischiando troppo. Dite che volete aiutarmi, ma non potete farlo, perché solo io sono qui. Vedo le mucche dalla finestra: loro vanno fuori, io non posso. Se lo facessi i Taliban mi ucciderebbero. E nessuno si chiederebbe perché». L’autrice di questo messaggio è una donna che ha scelto di restare anonima: firmarlo equivarrebbe a condannarsi a morte. La speranza di chi ha raccolto e messo in Rete le sue parole è che arrivino alle orecchie dei rappresentanti di 65 nazioni che oggi, in una Kabul blindata, si riuniranno per discutere ancora una volta del futuro dell’Afghanistan.
L’anonima è una della trentina di donne impegnate da più di un anno in un esperimento senza precedenti: Afghan Women Writing Project (AWWP) è un progetto iniziato nel 2009 dalla scrittrice americana Masha Hamilton. Con l’aiuto di conoscenti impegnate nella cooperazione, Hamilton è riuscita a convincere un gruppo di afgane a scrivere i loro pensieri e – grazie al sostegno tecnico suo e di alcune sue colleghe – a mandarli in Rete. In pochi mesi i contributi sono cresciuti in maniera esponenziale: AWWP è diventato uno squarcio aperto su un mondo altrimenti inaccessibile, quello delle donne dell’Afghanistan. Sul sito non ci sono le attiviste o le giornaliste che, seppur con difficoltà , da Kabul riescono a far uscire la loro voce. Ma le abitanti della provincia, le madri preoccupate, le maestre che vedono bruciare le loro scuole e le studentesse timorose che, da un giorno all’altro, la famiglia le costringa a sposarsi e a interrompere gli studi. L’Afghanistan reale insomma, quello che, se non fosse per Internet, con difficoltà  riuscirebbe ad arrivare nelle sale ultra-blindate dove i grandi del mondo discutono del suo futuro.
A parole, l’incontro di oggi promette di essere diverso dai nove (in nove anni) che lo hanno preceduto: per la prima volta il presidente Hamid Karzai sarà  chiamato a tracciare le linee per smarcarsi, entro tre anni, dalla dipendenza militare ed economica dai paesi donatori. Ma i dubbi sulla sua reale efficacia sono molti: associazioni non governative come Oxfam e Human Rights Watch hanno invitato i delegati ad abbandonare i calcoli politici e dare finalmente priorità  alle richieste degli afgani e, soprattutto, delle afgane. Sono loro, ancora una volta, il settore più a rischio in questo momento. Nelle cancellerie così come negli uffici delle ong si teme apertamente che la riconciliazione con i Taliban voluta da Karzai possa avvenire sulla loro pelle: che per salvarsi dal fallimento dietro l’angolo, il presidente sia pronto a sacrificare i diritti delle sue connazionali. I timori paiono confermati dalla conferenza di oggi: benché il segretario di Stato Hillary Clinton abbia voluto ad ogni costo inserire nella sua agenda un incontro con un gruppo femminile, la presenza delle donne fra i delegati sarà  minima. E, nelle parole dell’attivista Soraya Pakzad, «del tutto simbolica».
Un fatto che genera rabbia fra le donne di AWWP: «Non mi fido di quelli che dicono di sostenere i diritti delle donne in Afghanistan – scriveva qualche settimana fa Roya – Come potrei? In questi anni hanno forse fatto fiorire un bocciolo ma non hanno portato la primavera. Lasciate pure che restino chiusi nei loro uffici: ma non ditemi che si preoccupano dei nostri diritti». «I nostri governanti devono smetterla di comprare ville a Dubai e cominciare a pensare a noi – le fa eco Elay – a quelle ragazze che scappano di casa rischiando di essere uccise, perché in famiglia nessuno le tratta come esseri umani. Se accadesse alle vostre sorelle, figlie, madri, mogli: cosa fareste? Le ragazze sono il futuro di questo paese, dobbiamo dare loro diritti e possibilità , trattarle come esseri umani. Fate qualcosa». Parole dure, reali, prive di fronzoli diplomatici: se riuscissero ad arrivare alle orecchie dei rappresentanti internazionali sarebbe già  un successo.


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