Il capitalismo, l’etica, la crisi

by Sergio Segio | 7 Luglio 2010 6:54

Nel primo caso il capitalismo si avvia a una crescita impossibile. Nel secondo, ad una altrettanto impossibile mercatizzazione del futuro. Quanto al primo, sono ormai sotto gli occhi di tutti le conseguenze: effetto serra, inquinamento, rifiuti. Il secondo è stato invece, fino a ieri, vantato come il più prodigioso successo storico del capitalismo.
Il vero successo storico del capitalismo era stata la realizzazione, nei primi decenni del dopoguerra, in Occidente, di un patto tra capitalismo e democrazia, un compromesso socialdemocratico in Europa e liberaldemocratico negli Stati Uniti, che associava la promessa della prosperità  economica a quella di una crescente equità  sociale.
Quel compromesso è stato spazzato via dalla liberazione dei movimenti di capitale. La globalizzazione, che ne è risultata, ha rovesciato i rapporti di forza tra i Governi e le Multinazionali, tra il capitale e il lavoro, tra la politica e l’economia. Ha generato un enorme e crescente squilibrio tra redditi di lavoro e redditi di capitale. Questo squilibrio avrebbe potuto resuscitare i conflitti rovinosi. dell’anteguerra. Furono evitati grazie a una «mossa del cavallo»: al ricorso massiccio e disinibito all’indebitamento. L’indebitamento spinse i consumi americani ben al di là  dei limiti della produzione ignorando, grazie alla impunità  del dollaro, il problema del disavanzo. L’indebitamento provocò la straordinaria espansione delle attività  finanziarie fino al quadruplo del prodotto reale costituendo la base del nuovo super potere finanziario. La condizione di sostenibilità  di questo colossale indebitamento era che il credito fosse continuamente rinnovato. Come l’economista Marc Bloch affermò, il capitalismo sembrava essere diventato il solo regime in cui i debiti non erano mai rimborsati. Illusione. Come le onde del mare, che si accavallano l’una sull’altra, anche le onde del debito erano destinate a infrangersi contro la riva. Alla fine del primo decennio del secolo, la più devastante crisi degli ultimi ottant’anni ha investito l’America propagandosi poi nel mondo.
Questa volta, la reazione è stata fulminea. Gli Stati hanno pagato i conti della crisi. L’indebitamento si è spostato dal privato al pubblico.
A differenza di quello privato, però, l’indebitamento pubblico viene subito a galla. E l’aspetto più grottesco è la sua denuncia da parte di coloro che ne sono stati beneficati. In queste condizioni si pone il problema di come disciplinare la finanza senza frenare la crescita. Frenare la finanza significa ridurre i debiti, il che è terribilmente difficile sia per lo Stato che deve fronteggiare la reazione politica ai tagli della spesa pubblica, sia per le imprese, una grande parte delle quali contano sul ricorso al credito per chiudere i conti. Ma soprattutto, frenare la finanza significa limitare drasticamente il potere delle banche di creare moneta, come hanno largamente fatto nelle più svariate e dissimulate forme. Finora nessuno ci ha neppure provato. E infine, se anche si riuscisse a ridurre l’indebitamento, dove trovare le risorse per finanziare gli investimenti necessari alla crescita? Temo che la scelta sarebbe quella tra rinunciarvi, accettando un lungo periodo di ristagno (vedi Giappone) o ricavare risorse dalla compressione dei redditi di lavoro e della spesa sociale. Non è ciò che minaccia di verificarsi in Europa?
Resta la prospettiva più improbabile: quella di riorientare l’economia verso uno sviluppo, come dice Pirani, «ragionevole e compatibile» ecologicamente e finanziariamente. Il che comporta grandi spostamenti nella attuale distribuzione di redditi rispetto a quella attuale, “paurosamente” squilibrata (vedi Scalfari su Repubblica del 23 giugno) e nella riallocazione delle risorse, tra beni privati e beni sociali. Ma anche, e soprattutto, un riorientamento etico. Certo, è possibile. Anzi, è necessario. Ma per chi ha passato tutta la vita a sostenere che questo è il vero problema, è difficile immaginare che il miracolo si compia nella parte che gli resta.

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