A Walajeh il muro s’è preso tutto

AL WALAJEH. Le mappe del ministero della difesa parlano chiaro. I duemila abitanti di Walajeh, a sud-ovest di Gerusalemme, si ritroveranno chiusi in una «prigione» fatta di recinzioni e cemento armato. In questa zona ad alta concentrazione di colonie ebraiche (120 in tutta la Cisgiordania gli insediamenti costruiti in violazione del diritto internazionale) Israele ha cominciato a costruire un nuovo tratto del «muro di separazione». Quando sarà  completato, questo villaggio che pure da mesi resiste pacificamente a bulldozer, polizia ed esercito non avrà  scampo.
«Ci aiutano decine di stranieri e pacifisti israeliani, facciamo il possibile, ma difendere la nostra terra diventa ogni giorno più difficile» spiega Musa Abdel Sheikh, il volto bruciato dal sole. I progetti israeliani Abdel Sheikh non li ha mai visti sulle mappe, ma come tutti gli abitanti di al Walajeh li verifica direttamente sul terreno, lungo le linee tracciate dalle ruspe che spianano campi e abbattono alberi. «Ci stanno togliendo tutto, coltivazioni, frutteti, acqua. A me il mese scorso hanno abbattuto 50 alberi. Resistiamo ma i nostri giovani non avranno niente per costruirsi un futuro nella nostra terra e forse andranno via» spiega il contadino che ha partecipato a molte delle proteste settimanali che hanno fatto di Walajeh un nuovo Bilin, il villaggio ad ovest di Ramallah divenuto il simbolo della lotta contro il muro.
In questi giorni sei anni fa i palestinesi festeggiavano il parere della Corte internazionale di giustizia dell’Aja che decretò l’illegalità  della barriera (costruita a partire dal 2002). La speranza suscitata da quel giudizio fu immensa. Se Israele vuole garantire la sua sicurezza, avevano precisato i giudici dell’Aja, lo faccia all’interno del suo territorio, non in quello palestinese occupato durante la Guerra dei sei giorni del 1967.
Nel mesi e negli anni successivi quelle pronunciamento, basato sul diritto dei popoli, non trovò però alcuno sbocco concreto. Israele fece valere il peso della sua alleanza con gli Stati Uniti e della compiacenza che l’Europa mostra verso le sue politiche, legali o illegali che siano. Il muro non solo non è stato abbattuto come chiedevano i palestinesi ma per 2/3 è già  stato completato e tra qualche anno verrà  ultimato, annettendo di fatto a Israele più del 9% della Cisgiordania (senza contare tutta l’area della cosiddetta «Grande Gerusalemme»).
Decine di migliaia di palestinesi si ritroveranno schiacciati e prigionieri all’interno di una fascia di territorio tra la barriera e la Linea Verde (la linea d’armistizio tra Israele e Cisgiordania tracciata nel 1949). Tra loro almeno 20.000, secondo voci circolate in passato, saranno costretti a trasferirsi a est del muro e dovranno lasciare i loro possedimenti agricoli, perdendo non solo il loro sostentamento ma anche il diritto all’ereditarietà . In totale la costruzione del muro ha interessato sino ad oggi 200.000 persone, in particolare nei distretti di Jenin, Tulkarem e Qalqiliya (città  completamente circondata dalla barriera). La maggior parte della terra fertile di 51 villaggi sarà  separata e isolata. Un caso particolare è quello di Jayous, con un popolazione di circa 3.000 persone, che ha subito la perdita del 72% del proprio terreno agricolo e sette pozzi d’acqua.
Nel 2006, quando Israele accettò di non spaccare in due il villaggio, la gente di Walajeh credette di aver vinto una battaglia decisiva. «Sbagliammo ad illuderci – dice con una smorfia Adel Atrash, del consiglio del villaggio (la struttura amministrativa per i comuni con meno di cinquemila abitanti) -, l’esercito rivide il percorso del muro e decise di circondarci completamente».
Se Israele porterà  a termine il suo progetto, gli abitanti di Walajeh potranno uscire dal loro villaggio solo attraverso un cancello e percorrendo un tunnel o una strada controllata da un posto di blocco, una sorte che subiranno altri nove villaggi palestinesi di quella fascia di territorio – nella quale verranno sviluppati gli insediamenti colonici tra Har Gilo e Gush Etzion – che hanno presentato ricorso in Israele per cercare di fermare un progetto che rischia di ingabbiarli per sempre.
«Ma a subire il destino peggiore saremo noi di Walajeh, perché il muro non ci farà  neppure respirare, tanto lo avremo addosso alle nostre case e alle poche terre che riusciremo a strappare ai bulldozer» aggiunge Atrash. Un dramma politico ed umano per un villaggio che già  nel 1948, con la nascita di Israele, perse il 70% delle terre (dati dell’agenzia dell’Onu, Unrwa) e che nel 1967 per metà  venne annesso a Gerusalemme (proclamata unilateralmente, anche la zona palestinese, «capitale di Israele») e che ha subito in questi anni su ordine della municipalità  israeliana una cinquantina di demolizioni di case «abusive», registrate però regolarmente presso le locali autorità  palestinesi.
Al dramma di una intera comunità  destinata a diventare prigioniera, si aggiungono le tragedie individuali. Vere e proprie sentenze che gravano sulla testa di uomini, donne e bambini. Spicca il caso della famiglia Hojejnah, alla quale all’inizio del mese solerti funzionati del comune di Gerusalemme, accompagnati da due jeep della Guardia di Frontiera, hanno consegnato il «progetto» che riguarderà  la loro abitazione situata a pochi metri dal muro: verrà  circondata su tre lati da una alta recinzione elettrificata .
Il capofamiglia, Omar, non è in casa ed è la moglie a spiegarci l’angoscia con la quale vivono questa «novità »: «Come faremo a stare in questa prigione, con l’alta tensione a pochi metri di distanza? A queste condizioni sarà  difficile resistere a lungo». L’obiettivo degli israeliani, aggiunge la donna, è quello di costringerli ad abbandonare la casa.
La determinazione di al Walajeh però non si affievolisce di fronte alle difficoltà . «Non possiamo far altro che resistere – assicura Musa Aldel Sheikh – stiamo perdendo la libertà  e le nostre terre e non possiamo rimanere a guardare. I governi non si interessano di noi e del popolo palestinese, ma per fortuna tanti volontari stranieri e gli israeliani che credono nella giustizia stanno dalla nostra parte. Sappiamo di non essere soli».

*************

QUANDO il muro, ora completato per 2/3, sarà  ultimato, oltre il 9% della Cisgiordania sarà ,
di fatto, annessa a Israele

IL MOVIMENTO internazionale contro l’apartheid in Palestina manifesta anche nel villaggio di al Walajeh. Nella foto ap la polizia di frontiera israeliana arresta un gruppo di pacifisti internazionali durante un corteo contro il muro

LO SRADICAMENTO degli ulivi
è una delle pratiche che l’esercito israeliano utilizza per rendere impossibile la vita ai contadini palestinesi.
Ci vogliono almeno dieci anni prima che un albero inizi a dare i primi frutti

*************


articolo


I PACIFISTI Barkan, di Anarchici contro il muro: alla nuova generazione di attivisti non basta la fine dell’occupazione
«Nei comitati popolari prepariamo la convivenza del futuro»

La partecipazione di stranieri e israeliani alle manifestazioni contro il muro è una delle componenti principali della resistenza popolare palestinese in Cisgiordania. A Walajeh come a Bilin, a Nilin, a Masraa, fino a Sheikh Jarrah (Gerusalemme). Ne abbiamo parlato con Ronnie Barkan, tra gli attivisti israeliani più noti e portavoce di «Anarchici contro il muro».
È possibile un ulteriore sviluppo della cooperazione palestinesi-israeliani-internazionali?
Sì, ma dipenderà  dalla chiarezza delle parole d’ordine. Chi parteciperà  alla lotta congiunta dovrà  comprendere che non basta battersi per la fine dell’occupazione nei territori del 1967 (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme) ma impegnarsi contro il razzismo, l’apartheid, per un progetto per un futuro diverso per questa terra.
Prima non era così?
Solo in parte. Queste parole d’ordine erano accettate solo da un numero esiguo di persone. Negli ultimi tempi invece tra gli ebrei israeliani è cresciuta la consapevolezza che il loro Stato non è democratico, ma etnico, che attua politiche di discriminazione e segregazione. Certo ci riferiamo sempre a una minoranza, ma la recente crescita del movimento è servita a limitare il ruolo della sinistra israeliana tradizionale, quella sionista, che cerca di descrivere il conflitto soltanto come una conseguenza dell’occupazione e sostiene che trovando un compromesso con i palestinesi sui Territori occupati si risolverà  il problema. Da parte loro i palestinesi hanno capito di avere accanto non i soliti pacifisti israeliani ma compagni di lotta determinati e con idee chiare su ciò che accade qui.
Quali sono gli orizzonti della resistenza popolare?
Enormi, e non sto esagerando. Con il passare dei mesi è aumentato il numero dei villaggi palestinesi che si ribellano alla costruzione del muro e che tutte le volte che possono, con l’appoggio degli israeliani e degli attivisti internazionali, organizzano manifestazioni popolari per fermare i bulldozer. E che questa lotta congiunta rappresenti un fenomeno di assoluto rilievo lo hanno compreso da un lato le autorità  israeliane che stanno cercando di spezzare il fronte comune composto da palestinesi, israeliani e volontari internazionali, e dall’altro l’Autorità  nazionale palestinese che sa di non potersi tenere alla larga da questo tipo di iniziativa popolare.
Nei comitati popolari palestinesi non tutti hanno visto con favore la partecipazione del premier dell’Anp Salam Fayyad alle manifestazioni, interpretata da alcuni come un tentativo di controllare la resistenza popolare.
Ogni interpretazione è legittima ma credo che sia diritto di ogni palestinese prendere parte alla lotta in difesa della sua terra. Il punto a mio avviso è un altro, ossia l’accettazione senza ambiguità  di tutte le parti coinvolte degli obiettivi della battaglia congiunta che stiamo portando avanti.


Related Articles

Quel filo spinato sul nostro cuore

Ci sono muri superbi, che servono a esaltare la potenza, e a tener fuori dal regno i proscritti. Siano maledetti i loro committenti e ingegneri. Ci sono muri di lazzaretti, per chiudere gli appestati

Le donne per strada contro la violenza, per l’aborto sicuro

Due appuntamenti. Il primo, il 28 settembre, è la giornata mondiale per un aborto sicuro. L’altro è il 30 settembre, l’appello contro la violenza viene dalla Cgil

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment