Tripoli chiude l’ufficio Onu per i profughi

ROMA – «Quell’ufficio non aveva nessuna autorizzazione del governo libico, era illecito: erano in un centro residenziale, la gente ha iniziato a lamentarsi di tutti quegli stranieri, la polizia ha controllato e non c’erano autorizzazioni, abbiamo deciso di chiuderlo». Un diplomatico libico spiega così la decisione del suo governo di chiudere la sede dell’Unhcr a Tripoli. L’organizzazione è il braccio dell’Onu che si occupa dei rifugiati che a migliaia per anni hanno provato a raggiungere la Libia per fare il grande balzo verso l’Italia e l’Europa.

Melissa Fleming, portavoce dell’Unhcr, dice che «la decisione ci è stata comunicata una settimana fa: invitiamo tutti i Paesi europei che considerano la Libia come un punto di accoglienza per coloro che fuggono dalle guerre e dalle persecuzioni a rivedere la cosa molto attentamente». Il che significa che l’Unhcr invita innanzitutto l’Italia a non fidarsi più della capacità  della Libia di accogliere e selezionare i potenziali rifugiati, e quindi implicitamente a prepararsi a ricevere direttamente nella penisola chi riuscisse a spingersi in mare verso l’Europa.

Problema non secondario per il governo Berlusconi, che grazie all’accordo con Gheddafi era riuscito a prosciugare il flusso di disperati in viaggio verso l’Italia. E infatti ieri molto velocemente il ministro degli Esteri Franco Frattini ha chiesto alla Libia di riconoscere l’Unhcr e quindi di riaprire l’ufficio. «Chiediamo alla Libia di avviare il negoziato per un accordo in grado di garantire l’immunità  diplomatica alla sede dell’organizzazione Onu e farla funzionare», dice il responsabile della Farnesina: sulla chiusura «abbiamo chiesto spiegazioni, ci è stato detto che mancava un accordo finalizzato a regolare la vicenda».

In passato l’Italia, accusata di non garantire i diritti dei migranti con il suo accordo di respingimento verso la Libia, aveva usato per difendersi proprio l’argomento dell’esistenza di un ufficio Unhcr a Tripoli. Tra l’altro l’ufficio Unhcr era stato «tollerato» dai libici sin dal 1991, quando la Libia era stata invasa da un flusso straordinario di profughi da Somalia, Iraq ed Eritrea. Negli anni poi la Libia è diventata il territorio di passaggio di un notevole flusso di profughi «economici» che provano a fuggire dalla povertà  dell’Africa nera dirigendosi verso l’Europa.

Ma Tripoli non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra sui profughi, e infatti l’Unhcr ha sempre operato sotto il “cappello” dell’Undp, un altro ufficio Onu che si occupa dello sviluppo. Per ora i dirigenti dell’Unhcr mantengono un profilo molto basso, vogliono capire quali siano le reali motivazioni che hanno mosso il governo libico. Laura Boldrini, portavoce a Roma e protagonista di duri scontri con il governo Berlusconi, ieri si è augurata che si tratti di «una chiusura temporanea». Più polemici della Boldrini molti deputati del centrosinistra, che chiedono all’Italia di congelare l’accordo con Tripoli. Ma anche Margherita Boniver, inviato speciale del governo per le emergenze umanitarie, dice: «Stiamo facendo pressioni molto forti sulla Libia perché riapra l’ufficio Unhcr».

 


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