La scuola non è finita

Freeze. Surgelati dall’agghiacciante situazione della scuola. Ieri insegnanti, genitori e studenti di Retescuole hanno celebrato la fine dell’anno trasformandosi per qualche minuti in statue davanti al Duomo di Milano. Poi sotto Palazzo Marino per dire che la loro protesta non va in vacanza. E oggi la Flc Cgil scende in piazza a Roma. Ne parliamo con Miriam Petruzzelli, 33 anni, attivista di Retescuole e del Movimento scuola precaria.

Raccontaci la tua realtà  quotidiana.
Sono insegnate di sostegno precaria in una scuola di periferia. Insomma, ce lo ho tutte. Eppure sono fortunata. Grazie ai miei studi (accademia di belle arti, due anni di Ssis e un anno di specializzazione come insegnante di sostegno) sono licenziata tutti gli anni solo a giugno e, forse, ripresa a settembre. Ho un vuoto di incertezza e di stipendio per i due mesi estivi. Altri colleghi passano da una supplenza all’altra in scuole diverse per brevi periodi. E i soldi per le supplenze sono sempre meno. Nella mia scuola ad esempio i fondi d’istituto per pagare supplenti e materiale, non vengono saldati dal ministero dal 2006. Il debito è arrivato a 250 mila euro. Significa che una mia collega supplente non viene pagata da novembre, che noi insegnanti facciamo la colletta per il toner e i fogli delle fotocopie, mentre le famiglie devono comprare la carta igienica e il sapone.
Dove insegni?
In una scuola media in una zona di periferia di Milano dove la scuola è uno dei pochi presidi pubblici. Seguo un ragazzo autistico. Ma Gelmini ha fissato un tetto per questi insegnanti. Significa che il ragazzo che seguo fa 36 ore alla settimana, con me può stare solo 12 ore, altre 12 ore le fa con l’educatore del Comune (che ha sempre meno soldi). Le restanti 12 ore rimane in classe. Lo devono gestire le insegnanti normali che per via dei tagli si trovano al contempo classi sempre più numerose. Poi ci sono i ragazzi stranieri, ma sono spariti i mediatori culturali. Fino allo scorso anno facevamo così: siccome gli insegnanti di lettere avevano 12 ore di lezione e 8 ore «libere», usavano queste ore per l’alfabetizzazione dei ragazzi stranieri e per coprire le supplenze. Adesso invece devono fare tutte le 18 ore in classe. Risultato: non ci sono corsi di italiano per stranieri e quando manca un insegnante i ragazzi vengono divisi nelle classi coperte che in quelle ore sono ancora più affollate. Il taglio di un’ora a classe per gli insegnanti di tecnologia, invece, fa saltare le compresenze che ci permettevano di organizzare corsi di informatica. Alla faccia delle famose «tre i».
Quale sarà  la scuola del futuro?
Cinquant’anni fa i ragazzi riuscivano a fare esperienze anche fuori dalla scuola. Ora invece la scuola è ancora più centrale, ogni volta che c’è qualcosa che non va si dice che ci deve pensare la scuola. Però si continuano a togliere risorse. Il prossimo anno vengono tagliati 26.500 posti docente che salgono a 40 mila con il personale non docente. In tre anni si tagliano 150 mila posti. Eliminano la precarietà  perchè eliminano fisicamente i precari. Questo per ragazzi e famiglie si traduce in un taglio del tempo-scuola. Alle medie non si possono più fare laboratori e uscite didattiche, alle elementari salta il tempo pieno. A Milano, dove c’è stata una forte mobilitazione e il 95% delle famiglie lo ha richiesto, il prossimo anno 300 famiglie resteranno escluse perché vengono tagliati 700 maestri. Come scegliere a chi garantire il tempo pieno? Ci si arrangia. In alcune scuole si sceglie a seconda del bisogno con il risultato che nelle classi a tempo pieno si concentrano i più sfortunati. In altre scuole si va per sorteggio…
Come se non bastasse arriva anche la manovra anti-crisi di Tremonti…
Piove sul bagnato. Con il decreto Brunetta avevamo capito che i docenti, come gli altri lavoratori pubblici, vengono distinti in fannulloni e quasi fannulloni. Chi esprime dissenso in quale categoria verrà  messo? E chi esercita il diritto alla libertà  d’insegnamento? La scuola viene trasformata in un’azienda che taglia posti e stipendi, e l’istruzione non è più un diritto.
Ai tempi della Moratti c’era più mobilitazione, adesso che succede?
C’è rassegnazione legata al contesto socio-politico del nostro paese. Ma i tagli sono così pesanti che molti colleghi e famiglie non ci stanno. Noi continuiamo a testimoniare dissenso, cerchiamo di tenere acceso un fiammifero in una contesto che prima o poi può trasformarsi in un incendio.
La sinistra politica ti sembra consapevole di questa possibilità ?
Non come dovrebbe.


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