I giudici di Dell’Utri reagiscono ai sospetti “Siamo indipendenti, inutili le pressioni”

PALERMO – Adesso sembra finita davvero. Dopo un altro processo interminabile (8 anni il primo grado, 4 il secondo) la prossima settimana i giudici della corte d’appello di Palermo si ritireranno in camera di consiglio per la sentenza a carico di Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, per il quale la procura ha chiesto la condanna a 11 anni. Quegli stessi giudici che ieri mattina, con una iniziativa del tutto irrituale, in apertura di udienza hanno letto un documento per rivendicare la loro indipendenza: «Siamo indifferenti alle pressioni mediatiche e rispondiamo solo di fronte alla legge e alla nostra coscienza».

Una scelta, quella della corte, che ha destato non poca sorpresa. I giudici hanno voluto rispondere così alle polemiche che, nelle ultime settimane, hanno in qualche modo investito due dei tre componenti del collegio, il presidente Claudio Dall’Acqua e il giudice relatore Salvatore Barresi, lo stesso che componeva il tribunale che mandò assolto Giulio Andreotti. Di lui si è ricordato nelle scorse settimane Massimo Ciancimino dopo che la corte aveva rigettato la richiesta di sua audizione avanzata due volte dal procuratore generale Nino Gatto, ritenendo le dichiarazioni del figlio di don Vito “vaghe e generiche”. «Il giudice Barresi da ragazzo ha frequentato spesso casa mia – ha raccontato Ciancimino jr – era compagno di scuola di mio fratello Giovanni e li ricordo spesso insieme al tavolo da poker». Poi, nei giorni scorsi, è toccato al presidente Dall’Acqua vedere tirato in ballo il suo nome quando in un recente blitz è stato arrestato l’imprenditore Vincenzo Rizzacasa, ritenuto socio occulto dei boss, alle cui dipendenze lavora il figlio del magistrato. Quanto al terzo componente il collegio, il giudice Sergio La Commare, qualcuno ha ricordato un esposto inviato al Csm nel 1996 quando scrisse ad un collega di voler «evitare una lunga e noiosa camera di consiglio».
E così, sentendosi nel mirino e in assenza di qualsiasi presa di posizione a loro tutela da parte dell’Anm e del Csm, i tre giudici hanno deciso di risolverla pubblicamente così. Solo ieri sera il membro laico del Csm Gianfranco Anedda, Pdl, ha sollecitato l’apertura di una pratica a tutela dei magistrati definendoli oggetto di «insinuazioni che gettano discredito sulla magistratura giudicante».
Nessun commento da parte di Dell’Utri, ieri presente in aula per pochi minuti, che ha liquidato in poche parole anche la negazione del programma di protezione a Gaspare Spatuzza: «La commissione ministeriale ha deciso di non ammettere Spatuzza al programma di protezione e questo è un fatto. Ma al di là  di questo c’è il problema della sua credibilità . Sulle stragi è possibile che abbia riferito delle circostanze nuove e interessanti ma su di me ha preso un granchio. Sono stanco, voglio la sentenza».
A cercare di demolire l’attendibilità  di Spatuzza hanno provato i difensori di Dell’Utri, che in extremis hanno anche provato a far riaprire il dibattimento sulla base di una lettera inviata dieci giorni fa all’avvocato Nicolò Ghedini da un ergastolano, Carlo Marchese, ex giocatore di calcio della Sancataldese, ed ex compagno di carcere di Spatuzza nel carcere di Spoleto, voglioso di dire che Spatuzza sarebbe un falso pentito. Già  a dicembre, Marchese aveva scritto una lettera a Berlusconi e poi ai pm di Firenze, Palermo, Roma e Caltanissetta raccontando un colloquio di 12 anni fa in cui Spatuzza gli avrebbe espresso l’intenzione di accusare falsamente Berlusconi, Dell’Utri e anche D’Alema, per “mandare in tilt” il sistema giudiziario. Ma nessuno gli ha mai risposto. Dichiarazioni tardive e non decisive dopo 12 anni, ha giudicato la corte respingendo la richiesta. Giovedì ultima udienza con le probabili dichiarazioni di Dell’Utri.


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