Licenziato, basta la parola

ROMA
Claudio Treves, responsabile lavoro della Cgil, parla di «un’autentica porcata». La legge rimandata alle Camere dal presidente della Repubblica rischia di tornare al Colle, per la promulgazione, addirittura peggiorata. Salta il cosiddetto «emendamento Damiano» e tra le pieghe della giurisprudenza prende corpo una riedizione del licenziamento verbale che era stato sostanzialmente cancellato nel lontano 1966 (legge 604). Se passeranno al Senato gli emendamenti presentati dal senatore Maurizio Castro il lavoratore avrà  invece ben pochi strumenti per difendersi da quello che, dal 1966 fino al ddl lavoro, era un licenziamento «inefficace».
Il ministro del lavoro Maurizio Sacconi spezza più di una lancia a favore del collega per dire che «la ratio dell’emendamento è tutta favorevole al lavoratore e solo una malafede insistita può ipotizzare il contrario». Il meccanismo giuridico è subdolamente sottile. Dal 1966 in poi il licenziamento va comunicato per iscritto e può essere impugnato entro sessanta giorni dalla comunicazione (scritta). Qualunque altro tipo di licenziamento, dice ancora la legge del 66, è «inefficace», pertanto privo di termini per l’impugnativa (perchè non servono). Nel disegno di legge lavoro si dice invece che la stessa procedura (cioè l’impugnativa) vale anche anche per i licenziamenti inefficaci. Come quelli orali, inefficaci per legge e per i quali fino a ieri non c’era nessun termine d’impugnativa. Un tranello sottilissimo. Ha buon gioco il governo nel dire che il licenziamento verbale resta illegittimo. È vero, ma solo sulla carta perchè nella prassi sarà  resuscitato, e se un lavoratore vorrà  impugnarlo davanti a un giudice dovrà  farlo entro novanta giorni, ma sarà  sempre esposto alle ritrattazioni del datore di lavoro che potrà  contestare la data del licenziamento per invalidare la causa stessa. Perchè, molto semplicemente, verba volant.
Viene eliminato anche l’emendamento proposto dall’ex ministro del lavoro Damiano e votato per un soffio alla Camera. Si ritorna dunque alla casella di partenza per cui, dopo il periodo di prova o dopo 30 giorni dalla stipula del contratto, il lavoratore potrà  essere costretto a delegare qualsiasi controversia futura al giudizio «secondo equità » di un arbitro e non a quello «secondo legge» di un giudice. È vero che dalle materie oggetto di arbitrato resta escluso il licenziamento – e tanto basta a Bonanni della Cisl a cantare vittoria – ma vi rientrano tutte le eventuali modifiche contrattuali peggiorative.
La derogabilità  dai contratti nazionali, vero cavallo di Troia del provvedimento, resta in pista soprattutto grazie all’istituto della «certificazione» (una scrittura tra lavoratore e datore di lavoro) di cui un giudice chiamato a decidere una controversia tra le parti è ora costretto a tenere conto.
E non è finita. C’è una sorpresa in serbo anche per quei precari (co.co.co) che si vedano riconosciuti dal giudice il diritto alla riassunzione: si tratta soprattutto di ex telefonisti di call center, e potranno essere riassunti a tempo indeterminato ma, aggiunge l’emendamento, «per mansioni equivalenti». Che vuol dire, spiega Treves, che «un telefonista potrà  essere assunto e messo a fare operazioni di carico e scarico, che sono contrattualmente equivalenti».
Secondo la Cisl di Raffaele Bonanni «l’emendamento Castro non modifica la libertà  di scelta del lavoratore». Di parere opposto la Cgil che non esclude, a meno di modifiche, lo sciopero generale: «Il centro destra si assuma le sue responsabilità  senza tirare per la giacca il Quirinale, giocando sulla certezza che la seconda deliberazione di legge non può che essere firmata come prevede la Costituzione», dice Fulvio Fammoni della segreteria del sindacato. Il testo passa ora all’aula del Senato dove, nei prossimi giorni, saranno votati gli emendamenti presentati, e si prepara alla terza (e definitiva) lettura della Camera.


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