La lista Anemone insabbiata così sparì nel porto delle nebbie

ROMA – «Adesso basta, siamo stanchi di passare per insabbiatori, qualche mela marcia nel nostro Corpo c’è ma la stragrande maggioranza di noi rispetta il giuramento fatto allo Stato. Il libro mastro di Anemone, quella lista con i 412 nomi, era stato consegnato nel 2008 in Procura a Roma». Come dire: è lì che la lista si è fermata, riposta in qualche cassetto e dimenticata. E così, dal fitto riserbo della Guardia di finanza trapela un’accusa pesante, che sarà  presto verificata dai pm di Perugia e Firenze, pronti a interrogare generali ed ufficiali delle Fiamme Gialle: ad insabbiare quell’elenco che ha provocato un vero e proprio terremoto politico-giudiziario, sarebbe stata la procura di Roma. Quell’elenco sarebbe stato consegnato nel 2008 al procuratore aggiunto della capitale, Achille Toro. Il magistrato si è dimesso dall’ordine giudiziario nel febbraio scorso dopo essere stato indagato con l’accusa di essere la talpa del gruppo di cui facevano parte i funzionari pubblici Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e l’imprenditore Diego Anemone.
È a lui, secondo quanto trapela dall’interno della Guardia di finanza, che l’elenco fu consegnato. Le Fiamme Gialle lo avevano appena ritrovato tra il materiale sequestrato negli uffici di Anemone. Dentro, 412 nomi di vip che avrebbero ricevuto omaggi e favori, per ristrutturare case (anche se molti hanno dimostrato di avere pagato regolarmente) o addirittura per comprarle (vedi i 900mila euro girati da Anemone a Scajola per l’acquisto della casa con vista sul Colosseo). Solo che quell’elenco poi è sparito: i pm romani coordinati da Achille Toro, così hanno sostenuto in un recente interrogatorio a Perugia, non lo hanno mai visto.
«Controllo operato il giorno 14 ottobre 2008 nei confronti delle imprese di Anemone Diego e del fratello Daniele» è scritto nel lungo rapporto dei Ros di Firenze che hanno indagato sui Grandi eventi, dal G8 ai Mondiali di nuoto alla Scuola dei marescialli di Firenze. Quel giorno, alle ore 10,33, annotano i carabinieri del Ros, Daniele Anemone informa il fratello Diego che si trovava alla Maddalena per seguire da vicino i lavori per il G8, che la Guardia di finanza era negli uffici romani del gruppo Anemone ed anche in quelli del commercialista Stefano Gazzani. «C’abbiamo la Guardia di Finanza in ufficio, stanno a fare un controllo sul 2006» dice preoccupato Daniele Anemone al fratello. Diego Anemone entra in agitazione, cerca e trova un aereo e fa subito ritorno a Roma. Per tentare di aggiustare la situazione chiama alcuni amici amici per intervenire in tempo sulla Guardia di finanza ed evitare il peggio: «Ci puoi fare un passaggio – dice a un collaboratore riferendosi a persone amiche all’interno della Guardia di finanza – che mo’ io prendo il primo volo e rientro immediatamente».
Un’ora dopo Stefano Gazzani, il commercialista del gruppo, informa Diego Anemone che il maggiore della Guardia di finanza che dirige il controllo è presso il suo ufficio. Gazzani fa intendere che la Finanza sia già  in possesso di documenti scottanti sull’imprenditore. Anche la segretaria di Diego Anemone conferma al suo datore di lavoro che i finanzieri hanno aperto il computer e la cassaforte dove c’erano nomi e dati particolarmente importanti. «Hanno aperto il computer di Daniele. Il computer è il computer… Daniele ha detto: c’è questo mondo e quell’altro». Diego Anemone va su tutte le furie, sa che quell’elenco è una vera e propria Santa Barbara che potrebbe esplodere coinvolgendo politici, funzionari pubblici e amici degli amici. E subito dopo telefona ad Angelo Balducci per avvertirlo del controllo delle Fiamme Gialle: «Apposta son ritornato, però è una cazzata proprio, già  diciamo in corso di chiusura, prò sono rotture…». Anche Balducci è preoccupato e chiede ad Anemone se quel controllo è connesso a qualcos’altro che però non specifica.
Il fatto che la Guardia di finanza abbia clonato il suo computer scoprendo il libro mastro dell’azienda, gela Daniele Anemone che col fratello si lascia scappare: «M’hanno aperto il computer mio… c’ho i conti… c’ho tutti i cazzi…». Si trattava proprio dell’elenco con i 412 nomi di Diego Anemone, poi finito a quanto pare nei cassetti di Achille Toro. Fino a quando, la settimana scorsa, qualcuno ha fatto tornare alla luce il documento.


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